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mercoledì 27 maggio 2020

Le 3 piramidi (poco faraoniche) di San Benedetto

Costruite anch’esse dai gatti come quelle egiziane, 
ma dai nostri gatti del Porto.



Sono i discendenti di quelli, e abitano nei cunicoli e negli anfratti lì intorno:

-          L’anziano striato di scuro, zoppo e con un occhio solo

-          La bianca e nera sempre incinta attorniata dai suoi ex piccoli, 

           ormai indipendenti

-          La pezzatina superforastica dal pelo dritto

-          Il nero-tinta-unita contemplativo

-          L’altro nero con la macchia bianca, miagolante e affamato cronico

-          Il tigrato dagli occhi verde oliva, la coda arricciata e l’aspetto acrobatico

-          …

           Nessun gatto Sphynx, che sarà pure aristocratico ed egiziano ma è senza pelo: i nostri ruspantoni non ci tengono a essere chiamati "spelacchiatoni".

           I nostri gatti del porto sono ovviamente bravissimi a costruire piramidi, ma non di pietra, le fanno di cemento. Niente massi da trasportare, niente schiavi egiziani nè architetti tra i piedi: basta uno stampo e una colata di cemento. Tutto più facile e veloce, alla fine le piramidi sono pure più belle.

           Poi qua il cemento abbonda: basta rubarne un po’ nei tristi crateri di scuole e alberghi e cinema abbattuti, dove al posto di quelli nasceranno cubi di cemento stupidi e kitsch da vendere a banditi e pollastri.

           Insomma le 3 piramidine di San Benedetto (foto non-Baffoni allegata), le uniche al mondo bagnate dal mare, meritano una visita.

Per la Sfinge (di cemento) c’è invece da pazientare, i nostri gatti sono pigri, non gli piace sudare, le loro 12 vibrisse ne soffrono…
 


PGC - 26 maggio 2020





mercoledì 30 ottobre 2019

La STASI* nel Piceno

*Staatssicherheitsdienst:  Polizia Segreta di Stato dellex DDR  La principale organizzazione di sicurezza e spionaggio della Repubblica Democratica Tedesca.

        

       Dovevamo saperlo, che prima o poi la sindrome da sicurezza (Sicurezzite, nel linguaggio specialistico delle neuroscienze) avrebbe partorito il mostro.

       Lhanno partorito - senza una doglia né una contrazione - tre geniali sindaci del Piceno (Grottammare, Cupra, San Benedetto: i tre "P" dellavemaria, rispettivamente Piergallini, Piersimoni, Piunti), più la Prefetta di Ascoli. Sorriso da primi della classe nella foto di gruppo, con la penna in mano (!) come quando andavamo alle elementari, con dietro i maestri, pardon, i vertici delle Forze dellOrdine in posa pettoruta, e, sotto, la velinona istituzionale del 29/10 che la stampa locale si è scapicollata a pubblicare senza - va da sé - un sussulto di critica-dubbio-perplessità, né uno sbigottito possibile-che-sia-vero?... (È la stampa locale, bellezza).

       Vero lo è, il comunicato dei faccioni sorridenti con la penna in mano non lascia dubbi. 

Lideona, che presto sarà concretamente realizzata, prevede il coinvolgimento dei cittadini in attività di osservazione della propria zona di residenza per prevenire reati e valorizzare forme diffuse di controllo sociale 

Passaggio clou: listituzione di GRUPPI DI VICINATO(sic) che dovranno - udite udite - limitarsi a riferire le informazioni di interesse per le Forze di Polizia

(Ci ricorda qualcosa?)

       I Gruppi di vicinato - difficile dire se la definizione sia più comica o più sinistra, ma si può optare per un pareggio - avranno compiti di controllo del vicinato (sic) e dovranno limitarsi (bontà loro) a riferire le informazioni di interesse per le Forze di Polizia.

       Nellex DDR si chiamavano cittadini della pace - Kundschafter des Friedens - i benemeriti che facevano gli spioni presso la STASI; qui da noi tempo fa si chiamarono RONDE i gruppi di cittadini di marca fascioleghista pronti a menar le mani se la sicurezza lo richiedeva; poi anche quelle si sgonfiarono, le ronde rimasero disoccupate e restarono comunque i Vigili Urbani a inseguire con eroico sprezzo del pericolo i feroci vucumpra sulle spiagge di San Benedetto-Grottammare-Cupra  (in ordine di apparizione sulla traiettoria sud-nord).

     Oggi finalmente, con listituzione dei Gruppi di vicinato (che Salvini se lo sa ci resta secco per linvidia) tutti saremo più sicuri: ciascun cittadino saprà di poter essere spiato, controllato, se necessario pedinato dal proprio vicino (ci ricorda qualcosa?) e sarà perciò indotto a comportamenti onesti, disciplinati, cristallini; ciascuno, incontrando il proprio vicino, si scappellerà ossequioso, hai visto mai che sia “uno di quelli”… e se ne gioverà larmonia generale. Ciascuno inoltre potrà farsi parte attiva del progetto e, riscontrando comportamenti sospetti nel vicino, fare una sacrosanta spiata alla STASI, pardon alle autorità locali. 

       Insomma, grazie al genio dei sindaci locali e delle autorità preposte - la brava Prefetta auspica che altri Comuni si aggiungano  - dora in poi dormiremo fra due guanciali: gli spioni, gli spiati, la città intera e tutto il cucuzzaro. 

E la sicurezzite celebrerà finalmente i suoi trionfi.

       Però un po sono preoccupata: se mai, colpevolmente trasgredendo la severa dieta  ipocalorica, dovessi appartarmi per sgranocchiare in segreto una libidinosa barretta al cioccolato, potrebbe il mio atteggiamento indurre in sospetto un occhiuto vicino, ed essere io da questi zelantemente segnalata alla STASI, pardon alle autorità locali? Mumble mumble


Sara Di Giuseppe - 30 ottobre 2019 



venerdì 12 luglio 2019

Lavorare lavorare lavorare preferisco la prua della Geneviéve

 LAVORARE

LAVORARE

PREFERISCO

LA PRUA DELLA

GENEVIÈVE



             Caro Ugo ti scrivo così ti informo un po.

        Succede che stanno oscurando la tua Scultura di Parole, che da anni fa bella mostra allinizio del lungomare di San Benedetto.

 Tu sai che purtroppo non è stata mai digerita da una buona fascia (destrorsa) di sambenedettesi cosiddetti doc. Beh, ora questa gente governa. Quindi, quello che non gli riuscì con scomposte proteste e perfino con una fallita raccolta di firme - per smontarla, sbatterla chissà dove o volgarmente rispedirtela a Torino - lo mettono in pratica oggi. Perché sono maggioranza? Perché non esiste lopposizione? Perché manca anche lombra di un civile contrasto? Perché non gliene frega niente a nessuno? Non so, scegli tu. 

        Come te la massacrano la tua LAVORARE LAVORARE LAVORARE PREFERISCO IL RUMORE DEL MAREMa con lArrrte (come la intendono loro), sono furbi e spregiudicati questi. Gli piazzano subito dietro - a mo di sfondo - labusiva prua della Geneviève, un rottame dellultimo peschereccio atlantico innalzato erroneamente a simbolo della compianta marineria locale. Il Monumento più importante della città sarà un invadente pezzo di ferro restaurato a caro prezzo.

        Non ho niente contro quella povera (brutta) prua, figurati. Anzi, nel mio piccolo, avevo fatto varie proposte alternative (più creative che banali) riguardo alla sua collocazione, sempre rifuggendo il solito decadente orgoglio marinaro o il retorico municipalistico gigantismo. Ma adesso è come se di fianco al Colosseo mettessero su un piedistallo il muso arrugginito o riverniciato di una Balilla; come se, in un museo, accanto a un quadro di Braque appendessero la crosta di un pittore marchigiano; come se ai piedi di una statua greca allungassero un mercato di scarpe civitanovesi

        Questo volevo dirti. Magari per lincazzatura ti salta luzzolo di affittare un TIR per venire a riprenderti la tua LAVORARE. Sta tranquillo che qua sarebbero contenti, non capirebbero neanche la vergogna, lo smacco, la patente dignoranza che li avvongolerebbe.

        È San Benedetto, bellezza!

Saluti           PGC

26 giugno 2019



mercoledì 13 febbraio 2019

STUDIATE!

[Ferrovia Adriatica: barriere antirumore à la carte?]


        I treni fanno rumore, bella scoperta. Ma se i treni dobbiamo tenerceli, non resta che intervenire sul frastuono che provocano. Tema vecchissimo e ciclico, che ri-appassiona le genti della ferrovia, le fa tornare cittadini-cittadini, non solo dormienti, non solo votanti

        Ariecco così le barriere antirumore, da sempre spacciate come unica soluzione: sorta di invalicabile (doppio) muro di Berlino o - la scelta è ampia - muro messican-trumpiano, muro Marocco-Sahara Occ. , o tanti altri. 

Altezza tot metri, qualche finestra fissa da cui nessuno mai saffaccerà, e meno male senza filo spinato. Oscene come quelle dellautostrada qua vicino, muraglia industriale plastico-metallica-continua che incarcera boschi case e animali senza attenuare un bel niente, chiedere per credere: anzi, per sapere quando è sorto o tramontato il sole, devono andare su Meteo.it. 

        Un affare gigantesco e indisturbato questo delle barriere, tanto che, saturatosi ormai il mercato autostradale, si passa con disinvoltura al ferroviario. Lo dice la Legge, e le Ferrovie sono ligie e ubbidienti, e buone

        Ma cè chi le barriere le vuole e chi no, tutti con lecite motivazioni: fioriscono contrapposti comitati che si guardano in cagnesco. Parlano, gridano, chiedono, pretendono, si raccomandano, combattono, raccolgono firme, tirano per la giacca i politici amici, fanno conferenze stampa nei bar 

Fermenti tanto scontati quanto inutili, giacchè - piatto ricco mi ci ficco - è sicuro che barriere saranno: brutte, invasive, alte-altissime-costose-costosissime che, a fronte di qualche decibel in meno - quando va bene, e per caso - angosceranno chi ci abita vicino, aggiungendo brutto al brutto, deserto a deserto, tristezza a tristezza.

       Certo che dobbiamo combatterli, i rumori. 

       Ma lAcustica che li governa non è unopinione bensì una disciplina complessa e misteriosa, quasi una scienza, le cui regole e applicazioni vanno studiate e sperimentate caso per caso.

E  lAcustica dice che i rumori ferroviari sono tra i più complicati e capricciosi: rimbalzano come una palla da rugby, si riflettono si sommano si trasformano e si amplificano, per effetto del contorno ambientale; talvolta si attenuano senza un perché. Soprattutto viaggiano! Possono fermarli le barriere?... 

       Potevamo e dovevamo provvedere per tempo ad abbassare questi rumori alla fonte: per esempio adottando materiali cosiddetti morbidi per ruote e rotaie; costruendo massicciate misto-pietrose fonoassorbenti; ripensando il profilo dei binari per diminuire le occasioni di attrito/rumore; ringiovanendo un po i nostri treni (che a guardarli e a sentirne il feroce lamento di ferraglia morente ti pare di tornare all800)  

Lavessimo fatto, non ci troveremmo adesso nellurgenza di acquistare dal fornitore di (s)fiducia milioni di salvifiche (mavalà!) barriere-per-tutte-le-stagioni, alte-basse-vetrate-colorate, da mettere magari dove e come vuole il popolo dei comitation demand, à la carte 

    Le barriere. LAcustica, tra laltro, ci dice che: 

-  più alte di 4 metri non servono, specie se distanti dal binario oltre 3 metri: questione di traiettorie dei raggi sonori; 

-  per assorbire le onde e non farle rimbalzare non dovrebbero mai essere metalliche ma preferibilmente di legno (tavole non dure, incrociate), e spesse e imbottite e porose e mimetiche , non come quelle esili delle Ferrovie; 

-  la loro sezione dovrebbe essere curva, per trattenere i rumori in basso, che se scappano in alto non li prendi più. 

-  

        Ma le variabili sono tante, la barriera standard non esiste, la barriera è come un vestito da cucire su misura. Certi matti che studiano, poi, pensano che invece di rizzare dappertutto barriere dalla dubbia utilità, forse basterebbero delle minigonne tecniche applicate direttamente alla base dei vagoni fino a sfiorare i binari, per far “correre anche i rumori, ma chiusi sotto il treno. Altri ancora più matti immaginano una gigantesca simil-spugna (tutta da inventare) tra il pavimento dei vagoni e i binari, che con i rumori si comporterebbe come una spugna con lacqua ma non servirebbe strizzarla in stazione

        Insomma, cari comitati del sì e del no alle barriere, studiate meglio la faccenda: poi contrastateli con validi argomenti, i politici e le Ferrovie. A quelli inutile dirgli di studiare: gli basta lignoranza, per decidere per il peggio.


PGC - 12 febbraio 2019



lunedì 17 dicembre 2018

"Mozzacchio" ®

Da Spelacchio a Mozzacchio: la triste sorte degli Alberi di Natale


     Può un nostro giovane albero finir peggio di uno di quegli abeti rossi della Val di Fiemme stroncati a migliaia dal vento elefante? (per dirla con Paolo Conte)

     Cerrrto che può, se capita nelle grinfie di Babbo Natale a San Benedetto.

     Non solo il tronco mozzato malamente. Ma pure brutalizzato con cunei battuti a martellate per tenerlo in piedi morto, impalato in piazza su un cubo di cemento, con le lucine cinesi - più tristi di quelle del cimitero - buttate a casaccio fra i rami. 

     Lhanno subito chiamato Mozzacchio ®. Gli piangono accanto i salici-piangenti scelleratamente segati a novembre
       
     Un posto allegro, Piazza Matteotti.

     Nessuno si meraviglierà se la giostrona finto-ottocento che per tre mesi (!) ci delizierà a pagamento, vorrà ogni tanto intonare una marcia funebre.


PGC - 16 dicembre 2018 


giovedì 22 novembre 2018

“Non ci resta che piangere”

Siamo nel duemiladiciottoquasiduemiladiciannove e non nel millequattrocentoquasimillecinquecento, e San Benedetto non è Frittole.

Eppure non ci resta che piangere, alla vista dei salici piangenti appena giustiziati sulla pubblica piazza davanti alla chiesa.

      Del più grande e bello - che ha sempre pianto, come da contratto, e pure con convinzione - i cui lunghi rami con foglie a punta verdi o gialle si curvavano fino a terra e i bambini ci giocavano a nascondino, ora resta solo un moncone di tronco (circa 70 cm. di circonferenza) ancora umido di lacrime. 

Dice il medico del Comune che non è certo Leonardo da Vinci che soffriva di malattia incurabile (mah). Come pure gli altri, di cui non allego le foto per non inumidire ancor di più gli occhi.

        Sembra quasi di vedere lì intorno lugubri figuri in mantello nero a cavallo: ma in questa città cannibale cè davvero una fatwa che stermina gli alberi a velocità elettrodomestica. Non solo i pini, vittime favorite di questa ed altre amministrazioni di scellerata incurabile miopia. Adesso pure i salici piangenti. E non siamo nel 1492, dicevo.

        In questa parte di città cerano solo quei salici piangenti che, pur se solitari e piantati lì per caso, per ignoranza, per moda, ingentilivano un po lorrido paesaggio urbano, lo squallore  di un quartiere disfatto, trafitto dalla fredda luce di giganti chiodi metallizzati e storti (erano i soli che ridevano mentre con fascistica rapidità segavano i salici piangenti). 

        In questo vuoto intersociale che è San Benedetto sembra prevalga un cupio dissolvi, un desiderio di rovina che esala soprattutto, come un vapore mefitico, da ridicole assemblee di uomini inutili, insieme alla lurida ansia di demolire anche i ricordi [Ballarin], al gusto di vincere nellignoranza, alla prepotenza di affilar coltelli - e seghe - in continue devastanti prove muscolari.

        Oggi il risultato è che non abbiamo più i nostri bei salici piangenti. Ma nella chiesa di San Giuseppe lì presso, immutati incalzeranno funerali comunioni cresime e matrimoni, e nessuno tra genuflessioni e meaculpa e litanie verserà una lacrima per quei salici uccisi.

        Dunque, con gli occhi impastati di cemento e traffico*, davvero non ci resta che piangere. Malgrado Benigni e Troisi.

(*E. Jannacci)

PGC - 22 novembre 2018 


sabato 28 luglio 2018

"RISERVATO AUTORITÀ"

      E forse un vezzo anche nazionale, ma certo dalle nostre parti, ex (ma non tanto)-papaline, ex (ma non tanto)-borboniche, è retaggio inestirpabile di passato e patologia endemica: quella del posto RISERVATO AUTORITÀ. A sedere. In prima fila, of course.

      Non si dà concerto, conferenza, spettacolo, evento, incontro, che non abbia le sue brave prime poltrone riservate ai papaveri, quelli che - fregiati e fregiantisi del pomposo titolo di autorità - non pagano il biglietto e dopo essere arrivati tardi - non di poco - perché fa autorevole (di certo fa maleducato) depositano gli autoritari loro lombi sulle poltronissime.  E - ulteriore tocco di vassallaggio - lo spettacolo non comincia finchè non arriva lautorità.

     Clamoroso il più recente dei casi, il concerto di Servillo & C. a San Benedetto del Tronto: in piazza Bice Piacentini, con ben 3 prime file a destra e altrettante a sinistra - 10/12 sedie per fila! - Riservate Autorità.

      Arcinota vocazione alla sudditanza saldamente radicata nella nostra storia e fattasi sciaguratamente identità e carattere di noi italiani; incontenibile pulsione allo scappellamento che nulla centra col nobile senso della cosa pubblica, delle istituzioni, dello stato: virtù della quale siamo peraltro drammaticamente privi. Nientaltro che cultura del privilegio, fascino sottile del potere, mistico richiamo della genuflessione. Quando poi si tratti di eventi organizzati dallo stesso Comune e/o da enti ad esso collegati, la riserva di poltrone non è solo esibizione dell Io-so-io alla Marchese del Grillo, ma risaputa occasione di clientelismo miserello e spicciolo. 

      Occorre un sano slancio di disobbedienza: una corale civilissima sacrosanta occupazione di poltrone Riservate Autorità ad ogni evento, ad ogni spettacolo. Determinata, educata , soprattutto irremovibile.

      Se posti devono esser riservati e gratuiti, che siano - per chiunque - nelle file ultime, o laterali, o in piccionaia. Non davanti agli altri! Questione di decenza (e il maleducato che tarda disturberà meno). Chi avendo diritto (ma quale?) al posto riservato, poi ne voglia uno migliore di quello che gli spetterebbe, lo acquisterà al botteghino, proprio come fanno gli umani post-neanderthal. 

Nessuno intende negare alle Autorità la partecipazione ad eventi nei quali mettersi in vetrina, acculturandosi magari, che non guasta. Ma vi partecipino come tutti noialtri, con pari modalità e condizioni.

      Potrebbe perfino capitar loro - e a chi li invita, organizza, ecc. - di rinfrescare involontariamente la dimenticata Educazione Civica: quella che nei manuali scolastici si apre col testo della Costituzione e quel suo curioso Articolo 3, Tutti i cittadini…” e bla bla bla


Sara Di Giuseppe - 26 luglio 2018 


lunedì 23 luglio 2018

Passero solitario?

[ Mai nessuno è solo al PINO BAR ]


        Ma perché solingo augellin hai lasciato lallegra tua compagnia per rifugiarti al PINO BAR? Perché invece dandar cantando per oleandri palme e pini finchè non more il giorno frequenti il PINO BAR? Manco fossi pensoso e triste, o ferito, in lutto, in bolletta di Recanati

        Buono ed educato sei, neanche ti offendi se non ti lasciano stare dentro.

        Ti piacerebbe dormire sulla mensola dei whisky, accanto alle eleganti teiere Twinings, appoggiato ai quadri di vecchi manifesti Campari e Martini, inebriato dai profumi dei rum Havana Club che giungono mescolati alla brezza del ventilatore a pale

        Devi accontentarti di restare lì fuori, quanto basta per ripararti (dalla giostrina che suona troppo forte; dagli Antichi-e-le-Palme che ormai non se ne può più; dalla pestilenziale baraccopoli-Street Food che affumica le stelle; dai reboanti matrimoni alla vicina Palazzina Azzurra sempre più orfana darte; dagli assatanati speakers di gare pseudo-sportive che qui cominciano e finiscono) e tu canti, canti Ciii Ciii

        Vai becchettando avanzi minimi di patatine fritte e di gelati (adori il pistacchio), bevi gocce dacqua minerale Tullia anche gasata, fai Ciii Ciii la mattina quando Maria alza la serranda, Ciii Ciii la sera quando labbassa (buongiorno e buonanotte). 

Passero Solitario si fa per dire.

E con te, meno solinghi anche noi.


PGC - 22 luglio 2018

venerdì 13 luglio 2018

“TORNO SUBITO” (Forse)

[v. puntate precedenti alla voce PINO BAR]


Aggiornamento sui merli del Pino Bar: nido vuoto, i due piccoli hanno preso il volo, di mamma-merla non si sa, babbo-merlo - come prima - a spasso nei paraggi.

Ma ogni tanto, su un tavolino rotondo accatastato di lato, si posa un giovane merlo (forse uno dei quattro) per avvisare “TORNO SUBITO”. Poi, cantando, riprende il volo.


E’ un merlo del PINO BAR
e canterà finchè lo vuoi sentire

Nella punta del beccuccio poco jazz…
ma non ti deluderà, non ti disturberà

Non cercare di vederlo piangere
perché piangere non sa…

E’ un merlo del PINO BAR *


 
*chiedo perdono a Francesco de Gregori per aver saccheggiato la sua “Piano bar” 

PGC- 13 luglio 2018




foto merlo di Daniela Volpiani

domenica 8 luglio 2018

Bassi lavori in via Ugo Bassi

Gemmazione continua di bassi lavori in via Ugo Bassi a San Benedetto. I residenti - chi ci abita, chi ci lavora - non hanno più pace, ma evidentemente la guerra infinita dei cantieri dopo un po gli piace. Altrimenti avrebbero come minimo forato le gomme lisce dei motocarri, sabotato le betoniere, nascosto carriole, rubato pale seghe e martelli (queste, le sofisticate attrezzature). 

       Nemmeno 200 metri di strada dritta e piana. Solo che sottoterra, oltre ai sottoservizi, alle condutture luce-telefono-acqua-gas ramificate a casaccio, alle malefiche radici di alberi molesti, potresti scoprire di tutto: reperti archeologici dellEtà della Pesca, tesori di pirati, relitti di navi di papi naufraghi in fuga da Grottammare, bombe inesplose delle due guerre mondiali, teschi sorridenti del neolitico, cadaveri di nostrane ammazzatine alla Camilleri 

       Per questo lintelligenza amministrativa procede per stralci: se cè da sistemare le tubature del gas, guai metter contemporaneamente mano a quelle dellacqua del telefono o della luce, che pure ne hanno bisogno. Si fa alla buona solo il lavoro sul gas, poi si rattoppa coi calcinacci e si ricopre con una pezza dasfalto-pronto pigiata coi piedi. 

       Cè da eliminare gli antichi alberi? ZAC ZAC, si fanno dei bei crateri e li si ricoprono con gli avanzi. Dopo un mese a qualcuno vien luzzolo di ripiantarci rachitici alberelli già morenti? Si scava nello stesso punto una nuova fossa, non prima di aver installato lennesimo avventuroso cantiere. 

       Cè da rifare le fogne e gli scarichi delle acque chiare? Allora arriveranno quei vetusti caterpillar giapponesi che scapovolteranno ogni cosa, spaccando per sbadataggine anche i tubi e le condutture delle altre utenze appena rifatte. 

      E così via che neanche a Topolinia, più arruffoni e scombiccherati della Banda Bassotti, e sempre con la tecnica del rattoppo.

       Lavori studiatamente sbagliati, che moltiplicano calcinacci, rifiuti, polveri, rumori, traffico e incidenti. Come se da quelle parti non bastassero gli impicci quotidiani. La ex signorile via Ugo Bassi, perso il suo statuto di  viale, ha da tempo acquisito lo stratificato squallore del resto della città, ma questi ulteriori disordinati lavori fatti alla come viene la sprofonderanno ancora più in basso.

       E che pena quegli operai costretti a lavorar male, a respirare veleni, ad abbronzarsi forzatamente come etiopi, spesso senza lombra di protezioni adeguate e di sicurezza. Al soldo delle solite ditte che, vinta la gara (così si dice, che amenità) AL RIBASSO del 30 40% o più, hanno magari sub-sub-subappaltato a disgraziate altre ditte fantasma, che faticheranno in perdita, peggio che in svendita fallimentare.

       Soldi gettati al vento per lavori tardivi, scadenti, sbagliati. Senza testa. Senza controlli. [E solo la mia opinione-non-autorevole, si capisce]  Eppure pare che a tutti vada bene così, al massimo qualcuno brontola e impreca al bar, sempre sotto traccia, e sempre pronto a sorridere e scappellarsi se passa il sindaco o lassessore, hai visto mai

       Li chiamo bassi lavori. Non solo in via Ugo Bassi

    
PGC - 7 luglio 2018


mercoledì 6 giugno 2018

Il PINO BAR è un piccolo teatro

        In cartellone lo spettacolo della coppia di merli (semplici attori di strada, anzi di cielo) che costruisce il proprio nido 
nella “A” dell’insegna BAR GELATERIA


        A parte qualche rifinitura il nido è praticamente finito e collaudato (come si può apprezzare nel video), ma il bello deve ancora venire: se nessuno li disturba, fra poco ci saranno la deposizione delle uova, quindi la cova, poi la schiusa e la nascita di un numero ics di piccoli merli (guai chiamarli merletti, i primi due si chiameranno Pino/a e Bar).

        Visti il successo e la partecipazione di pubblico di questi primi giorni – eppure nessun giornale ne ha parlato – sarà opportuno cambiare la disposizione dei tavoli, orientare le sedie leggermente a semicerchio verso il “palcoscenico”, mettere un sipario, chiamare Fiore per le luci… Come in un vero teatro.

        Ma no che non si pagherà il biglietto, a patto che tutti brindino gioiosamente - ma senza far rumore - ai nuovi nati e alla “RESISTENZA” del PINO BAR. Alè.

        Accorrete numerosi.


PGC - 6 giugno 2018




martedì 5 giugno 2018

Il PINO BAR è un nido

       Con un po di ritardo forse anche loro per questioni burocratiche o di licenza edilizia i merli son tornati. Una bella coppia, probabilmente vecchie conoscenze. Dopo aver scansionato e perlustrato i grandi pini intorno trovandoli ancora più spelacchiati e tristi, hanno deciso come sempre di metter casa proprio sul PINO BAR, dentro una A dellinsegna. Ma non sulla A di BAR usata lanno scorso  (i merli non nidificano mai sullo stesso posto), bensì sullultima di GELATERIA.

       Non prima ovviamente di aver fatto prove di costruzione e di abitabilità su tutto lalfabeto disponibile. Però: la E (a due piani) è bella ma avrebbe troppi spifferi, la L non ha il tetto, la T ha il tetto ma non le pareti, la stilosa G pare più adatta ai single Beh, questa A in fondo può andare, ha pure vicina la fontanella. Un po stretta? Basta non far troppi figli, non ci sono più le famiglie di una volta

       Vederlo costruire, questo nido, mette gioia. Intanto, per non disturbare i clienti, lavorano solo la mattina presto e un paio dore al pomeriggio: raccolti vecchi aghi di pino e rametti secchi (che fra i tavoli farebbero sporco), dopo averli inumiditi e intrecciati ad arte ci hanno fatto la base (niente cemento, fra i merli è proibito). Manca il cartello informativo di legge (la multa arriverà, arriverà), ma cinguettano che fra 4-5 giorni il nido sarà finito e collaudato: semplice, di design sorridente e gusto vintage, a un solo piano, senza balconi né garage. Larchitetto è lui, becco giallo, linstancabile operaia è lei, nera nera, ma in regola.

       Così, nel fresco della calda stagione, i clienti del pensante PINO BAR avranno altri amici socievoli e mai invadenti, come da contratto. E sarà tutto un GRANDE NIDO, fino a fine ottobre. Poi toccherà emigrare. Ma a maggio, più RESISTENTI di prima, saremo di nuovo qui, noi e i merli. Ognuno nel proprio nido.


PGC - 4 giugno 2018

giovedì 17 maggio 2018

MinCulPop sambenedettese

[San Benedetto del Tronto, Biblioteca Comunale: lepurazione di alcuni Quotidiani]


    Epurati dalloggi al domani - letteralmente - importanti quotidiani nazionali, cancellati dalla dotazione giornaliera della Biblioteca Comunale Lesca di San Benedetto. Restano Corsera, Repubblica, Sole 24 ore, Messaggero, Carlino e Corriere Adriatico (questi ultimi tre in qualsiasi bar cittadino te li tirano dietro, non serve andare in biblioteca a leggerli). E quelli di sport.

      Eliminati Il Manifesto, Il Fatto Quotidiano, Il Giornale, Il Foglio, Libero, per citare quelli importanti, ma può darsi che la mannaia ne abbia fatti fuori nella foga altri minori. 

      Disposizioni dallalto, a domanda esitanti rispondono come un disco rotto gli addetti. Risparmio per le casse comunali di circa 7 mila euro lanno, dicono, in effetti una cifrona

       Lutente se ne deve accorgere per caso e de visu, perché non una voce si è levata chessò, dallOpposizione, dai sinistrorsi, dai giornalisti locali (e figurati!), dalla società civile (e figurati!). 

      Senonchè, come lassassino scemo che non sa neanche inventarsi un alibi credibile, questi non sanno spiegare come mai siano pure vuoti gli scaffali con le copie arretrate di Manifesto,  Fatto ecc. Nellottica del risparmio, ci avranno acceso i caminetti dei dipendenti?

      Insomma, chi se la beve 

     È che lattrazione verso il modello di riferimento, per il sindaco destrorso e per lamministrazione di uguale pensiero (oddio, pensiero”…) è forte assai. Al punto daver riesumato dal Ventennio questa sorta di casereccio MinCulPop - Ministero della Cultura Popolare de noantri - che stabilisce cosa il popolo bue è igienico che legga e cosa no: allora avanti tutta i giornaletti locali e i giornaloni nazionali Repubblica/Corsera/Sole/Messaggero quelli che non si possono proprio eliminare, cani da riporto dei poteri forti e poteri forti essi stessi; via invece tutto il resto, alla faccia del pluralismo delle idee, hai visto mai che il troppo pensare

       Daltra parte lemulazione del modello di riferimento è perseguita da questamministrazione con tenace coerenza. Insieme al MinCulPop ecco dunque, in questa democrazia fallita, prove tecniche di fascismo: per il secondo anno consecutivo, divieto rivolto allobbediente Banda Cittadina di suonare Bella ciao al 25 Aprile; ecco poi gli illuminati discorsi pubblici del sindaco che di essere alla cerimonia proprio non può evitarlo ma per il secondo anno consecutivo gli scappa di dimenticarsi che Festa della Liberazione non è proprio lo stesso che festa della libertà - della mamma - del papà - della donna - del pregiato caciocavallo - del milite ignoto - dei caduti di tutte le guerre  (E la sinistra locale è tanto stupida e disastrata che invece di protestare lì e subito, se la suona e se la canta Bella ciao la domenica dopo Cosi - un unicum a livello nazionale - San Benedetto ha celebrato la Liberazione in due comode rate).

       Gli addetti del MinCulPop, dopo lenorme risparmio garantito dai tagli ai giornali della Biblioteca, si dedicheranno con accresciuto vigore ad espandere la missione civilizzatrice del Comune: stanziando ancora decine di migliaia di euro per il canzonettista di turno che intratterrà le masse sbevazzanti nei Capodanninpiazza; promuovendo nelle scuole dallasilo in su lezioni magistrali di leadership-del-fare (!) ammannite da rapper, bancari, banchieri, rotariani, dirigenti dazienda, calciatori, allenatori, campioni bolliti o in ebollizione, capitani coraggiosi di tutte le armi con mostrine ben lucide; recandosi in gita aziendale al Salone del Libro di Torino perché bisogna esserci e farlo sapere, e saper leggere non è richiesto allingresso. 

    Dei tagli ai fondi per i libri alla Biblioteca Comunale si sa da anni, adesso via dalla Biblioteca anche i giornali optional. A breve il MinCulPop di San Benedetto la chiude e ci fa un parcheggione. Vuoi mettere


Sara Di Giuseppe - 16 maggio 2018


martedì 15 maggio 2018

Questo palazzo sa di tappo


         San Benedetto, via Montello 18. La premiata enoteca internazionale BUGARI era qui, in una sobria palazzina dal fascino vecchiotto anni 50, a occhio (cioè a memoria) alta meno della metà dei mastodonti vicini e dellobbrobrio appena alzato al suo posto. Non mi è riuscito di trovarne una foto: di alcuni angoli di San Benedetto non ne esistono mi dice chi con passione ne conserva a centinaia e dannata. 

Soltanto, in rete, è possibile vedere una ruspa sbriciolare la facciata marron coi mattoncini rossi che guarnivano le finestre; e su Google Maps lo sbrago dei costruendi garage col vuoto soprastante. Ma adesso la puoi  ammirare dal vivo la nuova grande opera, se passi da quelle parti. 

         BUGARI, dunque. Era unistituzione: i migliori e più rari vini del mondo e tutto quanto di pregiato e gustoso esistesse da bere. Paragonabile alla famosa maison BVLGARI dei gioielli, salvo la U giusta, una L in meno, e merce liquida. Quando ne salivi i gradini dellingresso era come entrare in chiesa e quando uscivi, anche solo con una scelta bottiglia da regalare, ti sentivi sicuro, orgoglioso, ottimista Buttati a mare oggi, dai nuovi barbari, 90 anni di Civiltà e Cultura del Vino.

         Che la nostra BUGARI ora non ci sia più è normale, Avec le temps, va, tout sen va, cantava Léo. Abbattute la palazzina, la grande palma normale pure questo? In questo residuale spazio di quartiere ad alto deficit estetico - il supercementificato fosso dellAlbula non è il Parco di Goodwood - non poteva poi certo materializzarsi la dimora dautore del Duca di Richmond. 

Ma ènormale che sia sorto questo titanico sgorbio? Nel rispetto delle leggi! - già li sento strillare, i responsabili e i benpensanti - e certo col consenso di tutti, al massimo qualche borborigma da cattiva digestione, e sempre sottotraccia, si capisce, meglio non esporsi.

 Allego foto fresca, non oso commentare. 

         Laltezza, le sproporzioni di questa torre abitativa da incubo - solo la più recente in una miriade di altre - più la vocazione alcolica del luogo, tuttavia mi innescano nella mente una visione onirica: una MAGNUM di vetrocemento alta una quarantina di metri, come una spettacolare installazione artistica, contenente però del vino del diavolo malamente contraffatto che sa di tappo e se lo bevi muori. Ovviamente pure il palazzo che ci sta dentro sa di tappo. No, nessuna malattia del sughero, nè roba da cattiva annata: è solo la nota, linguaribile, la letale malattia di San Benedetto, il brutto e losceno e il kitsch che vincono facile, con questi palazzinari, con questi tecnici, con questi affaristi, con queste amministrazioni. 

         La tragedia è che questo palazzo-che-sa-di-tappo non puoi mandarlo indietro come al ristorante.  Tocca tenerselo.


PGC - 13 maggio 2018


mercoledì 9 maggio 2018

Resistere resistere resistere

[ San Benedetto. Grande Pino Bar: ancora esiste e resiste ]

       Ha riaperto oggi, finalmente. Eravamo preoccupati per il ritardo, anche perché la feroce potatura della storica pineta aveva inspiegabilmente evitato di spelacchiare (o segare) proprio i pini più grandi e belli, quelli intorno al PINO BAR. Malfidati come siamo, avevamo perfino ipotizzato le ruspe, poi un reboante cantiere edilizio, e infine la comparsa di una modernissima agghiacciante struttura tutta cemento-acciaio-marmi-vetro disegnata da unarchistar, per soddisfare le brame del turismo sambenedettese sempre proteso ai record bla bla

       Come siamo maligni. La tenace resistenza di Maria invece ha convinto i cattivi, fatto arretrare gli invasori, riportato il sorriso e lo sguardo lieto aivecchi appassionati amici/clienti che già vagavano inconsolabili per il lungomare.

       Stamattina, caduto il telo verde che lo circondava, alzate le serrande, il PINO BAR è riapparso uguale a come lavevamo lasciato. Senza cambiare di una virgola. Andrebbe premiato per questo: lunico e ultimo locale storico vero, non vecchio ma vintage, con intatta latmosfera affettuosa di tempi più sereni, col silenzio e lombra naturali, senza televisori e radio e musicacce e tossiche pubblicità. Un postofranco.

       Per i coraggiosi gestori di sempre è stata dura, quasi come resistere sulla Linea del Piave, o come una Lotta di Liberazione, ma non è finita. Pur col conforto delle leggi, Maria non dovrà abbassare la guardia, dovrà resistere ancora: alla burocrazia, al canagliume amministrativo, alle invidie, allinciviltà dilagante, allaffarismo, al cattivo gusto.

       Resistere  resistere  resistere è il minimo che le tocca fare.


PGC - 8 maggio 2018


domenica 6 maggio 2018

BELLO CIAO

[ ... una mattina mi son svegliato e ho trovato l’invasor (?) ]


       E’ successo al cittadino-medio-di-Porto-d’Ascoli, l’altra mattina si è svegliato e ha trovato l’invasor: in fondo a Via del Mare, quasi sul mare, il nuovo “bel” palazzone di 8 piani al posto di quello normalmente brutto, vecchio di 60 anni e grande la metà. Quindi il cittadino-medio l’ha salutato giulivo: bello ciao, benvenuto tra noi, ti aspettavamo, ohhh qua ci stai proprio bene.

       Questo gigantesco e triste monolite stile anni ’70, ogni piano perimetrato da cupi balconi “abitabili”, scale (d’emergenza?) en plein air non ancora disvelate del tutto, una miriade di appartamentini-ini virtualmente di lusso che comunque ne faranno un vivace alveare abitativo, mi somiglia tanto ma tanto all’HOTEL HOUSE di Portorecanati (magari l’archistar è di quelle parti).
Lo stesso “fantasioso” impatto, anche senza la pianta a “Y”, solo un po’ più basso - 8 piani invece di 16 - e grigio topo invece del meritato color cacca. Se l’indimenticata POLISTIL delle macchinine si fosse dedicata anche a far modellini di quest’edilizia orrenda lo avrebbe fatto proprio così, fallendo molto prima…

        Però, caro cittadino-medio-di-Porto d’Ascoli, hai voglia a gridare all’invasore. Tu non ti sei svegliato adesso, mica dormivi, e non sei Biancaneve: tu ti sei adattato volentieri al “lecito” saccheggio del tuo territorio e ti sta bene, anzi ti piace, ne sei orgoglioso, non sei nel posto-più-bello-del-mondo? E le vedi tutti i giorni, specie in questa povera Via de Mare e dintorni, le infinite inconcepibili recenti mostruosità edilizie (e ambientali): ne hai conosciuto i progetti, le hai viste crescere e completarsi, le hai subite - se non ingoiate con gusto - cieco sordo e muto come le tre scimmiette. Non hai mai mosso un muscolo, indifferente o codardo o colluso. Salvo isolati brontolii da bar che si auto-estinguevano la sera stessa.
        Per cui ora te lo terrai, il “tuo/nostro” HOTEL HOUSE. Che non resterà solo, si capisce. Il vicino già scalpita e gli architetti già fremono: chiunque vorrà, potrà costruirsi i suoi bravi 10-piani-di-morbidezza Anche per non passare da fesso.
      “Bello ciao” potrai così esclamarlo con finta sorpresa quasi ogni mattina, cittadino-medio-di-Porto d’Ascoli.

Nelle 2 immagini l’HOTEL HOUSE prima e dopo la cura. Le foto non sono mie ma lo dico, non faccio come il Carlino…


PGC - 5 maggio 2018



lunedì 23 aprile 2018

Tornerà "Bella ciao" il 25 Aprile?

 Tornerà “Bella ciao” il 25 Aprile?
[A San Benedetto del Tronto il problema si pone]
 
 
        Infatti l’anno scorso la Banda Cittadina, ubbidendo alla banda del Comune - dicono i maligni - incredibilmente non l’aveva suonata.

        Ma forse quella è stata solo una distrazione. O forse qualcuno aveva perso lo spartito, o l’aveva dimenticato a casa, o era volato via col vento… forse un lapsus del direttore… Vedrai che quest’anno la fanno, “Bella ciao” è una marcetta facile, due accordi e via. Ma dev’essere suonata col cuore e cantata tutti insieme e più volte (mentre le majorette si riposano) sennò il 25 Aprile non vale.

        Se invece “Bella ciao” resterà ancora nel dimenticatoio, suggerisco al sindaco un gemellaggio con la città di Todi, dove l’Amministrazione Comunale - sindaco forzista appoggiato da CasaPound - ha addirittura negato il Patrocinio alla Festa della Liberazione.  [La motivazione: “Ognuno si fa le feste sue”]


PGC - 23 aprile 2018