martedì 30 luglio 2013

Matar M'Baye, Vincenzo Maria Oreggia e Marco Cruciani: viaggio di suoni, corpi e parole nel Senegal dei misteri. In amore d'Africa

Vincenzo Maria Oreggia e il re animista di 
Oussouye, in Casamance
A Ripatransone, il 10 agosto alle 21.30 nel Giardino ex Acli, con Matar M'Baye, musicista, percussionista e cantore senegalese di etnia Griot. Figlio d'arte - i suoi genitori erano rispettivamente direttore e prima danzatrice del Ballet National du Senegal - vive tra il suo paese d'origine e l'Italia dove svolge un'intensa attività artistica e didattica. I Griot, considerati in Africa i depositari della tradizione, sono grandi conoscitori del passato ma il loro ruolo si è adattato alle esigenze della contemporaneità. Forte di questo ruolo, Matar M'Baye si esibisce in Italia e in Europa con l'obiettivo di diffondere la vitalità e la complessità della cultura musicale del Senegal nella convinzione che la conoscenza sia un ponte fra i popoli.

Racconti di viaggio e letture di Vincenzo Maria Oreggia, autore di racconti, romanzi e sceneggiature per cinema. Grande viaggiatore permeato da diverse culture, collabora con periodici e quotidiani nazionali. Tra i suoi libri: Prossimi alla conclusione, Archivio di voci, Bach tra gli elefanti, Pesce d’aprile a Conakry e Questa non è la mia patria. Esperto di culture dell'Africa occidentale, trascorre lunghi periodi dell'anno in Senegal.
Proiezione del cortometraggio Di colore vagabondo di Marco Cruciani: antropologo e regista formatosi dopo il percorso accademico al seguito dei grandi maestri del cinema, dello spettacolo e della fotografia italiana, inaugura nel 2003 il laboratorio di produzioni audiovisive SOL SI FA Audiovisual per mezzo del quale ha spaziato dal cinema di finzione al documentario, dalle scenografie visuali alla video-arte, dagli spettacoli dal vivo in forma di viaggi audiovisuali ai corsi didattici di educazione all'immagine e creazioni in video per studenti.
In caso di maltempo la manifestazione si terrà presso il Museo Diocesano di S. Agostino.

venerdì 12 luglio 2013

Boires. La mostra di Albert Casals a Barcellona

Le mie opere partono dall'indagine e dal gusto per la materia, intesa come segno di vita, concepita secondo le mie regole plastiche che mettono al bando il superfluo o il senso letterario che possono distrarre l'equilibrio finale fra l'idea e il lavoro.
Fino al 1980, i toni della terra scura hanno dominato il mio lavoro, con una tessitura molto tratteggiata. Nel 1990 ho lavorato su tessuti modulari, usando toni prevalentemente chiari e pastello. Attualmente indago con nuovi materiali e tecniche, su ceramica, scultura e vetro, con una concezione più spazialista, come di un espressionismo che si astrae nella lingua predominante del colore.


Albert Casals

lunedì 8 luglio 2013

Le cose che non ho. La nota per il libro di Grégoire Delacourt

Sono partita per le vacanze. Ho scelto un b&b di pace. La Torretta bianca a San Benedetto del Tronto. Vista mare, ma in collina. Stupendo. L'ideale per questa strana estate 2013. Ho portato alla mia amica Romina un libro. Già, con tre figlie piccole chi ha tempo per leggere? Il titolo recita, Le cose che non ho. L'autore un mio coetaneo francese, mai sentito prima: Grégoire Delacourt. Salani Editore. C'è una fascetta rossa che si staglia sulla copertina nera opaca molto lieve e raffinata, dove piccoli fiori lucidi dal rosa al rosso cupo volano qua e là, taluni scontornati e lucidati da un passaggio serigrafico. La fascetta annuncia che ne sono state vendute 500.000 copie. Il più grande successo francese dopo L'eleganza del riccio (che bello quel libro!). Oibò Grégoire è un pubblicitario, uno dei più grandi di Francia. Lui dovrebbe dire alla Jacques Séguéla: “Non dite a mia madre che faccio il pubblicitario”. Scrittore, aggiungo io. Beh, tre giorni dopo il mio arrivo, ritrovo il libro sul tavolo della mia bellissima camera. Dentro c'è una lettera. Della mia amica. Ha divorato le 142 pagine e mi invita a leggerlo commentando una frase tratta da una pagina: "Vorrei avere la fortuna di decidere della mia vita, credo che sia il più bel regalo che possa capitarci". Stavo ultimando Norwegian wood di Murakami Haruki e non l'ho preso in mano (finché ci sarà vita ci saranno da leggere, fortunatamente, prelibatezze per il cervello).
Sabato, la notte prima della partenza, ho aperto anch'io queste cose che non ho. Ne abbiamo tutti cose che ci mancano. Da assaporare mi son detta dopo poche pagine. Ci sono dei libri all'apparenza sottili, ma che ti fanno viaggiare corposamente con la mente, se solo alzi gli occhi un attimo dalla pagina perché cambia il paragrafo, li senti complici e ti portano lontano. C'è tutto in queste parole nero su bianco della vita. Ci sono l'amore, la famiglia, i figli, le amiche, il lavoro, la vita, i sogni, i dolori, le umiliazioni, le fatiche, qualche rara magia, l'adattamento e la speranza. E c'è la morte. Violenta, lenta, improvvisa, ma che sta nella natura del vivere anche un po' bizzarro e imprevedibile. E c'è quella che è la peggiore di tutte le morti: il denaro. Non vi svelo nulla di Jocelyne e del suo mondo. Ci mancherebbe. Sono felice che siamo in tre ad avere paura del denaro: lei, io e quel magico uomo che è stato Ingmar Bergman. Che si è confessato laicamente in tal senso, come riusciva a fare sinceramente e bene lui da scrittore (Lanterna magica, la sua autobiografia - da avere...). E non abbiamo dubbi, che la fila dei lettori di queste cose che non abbiamo, si allungherà e si allungherà, vero monsieur Delacourt?
Talvolta albeggia meglio di altre volte. "Vivement dimanche avec le parfume de merci, merci beaucoup".

Michaela Menestrina


domenica 23 giugno 2013

Ingegno e Poesia. Le “macchine di Leonardo on the beach” di Giuliano R.

Anche quest’anno il ruspante Club Velico “Amici del mare” gli ha prestato quei quattro metri quadri di sabbia, così lui vi ha ripiazzato, riveduta e aggiornata, la sua buffa stupefacente e un po’ naif installazione idraulica rotante a km zero e a costo zero. Chissà quanto ingegno e quanto tempo però ci ha prodigato. Eppure Giuliano non è discendente di Leonardo da Vinci, neanche gli somiglia, non appare con scenografici lunghi capelli e barba, non è figlio di notaio, non ha mai cercato incarichi papali (anche se da ‘ste parti bazzicarono Sisto V e Alessandro III), non ha vissuto a Milano e Firenze, né dimorato nei castelli reali di Francia. Fa pure le ferie qua, lui…
Non gli ho chiesto se questa sua “opera” sia unica, o l’ultima di una produzione ideata per restituire al Comune i sacchi gialli e azzurri delle varie raccolte differenziate, tenendosi solo quelli marron dell’umido. Sicuramente, i materiali, gli ingredienti, li ha trovati dentro casa e raccolti dagli amici o per strada, mica li ha comprati. Materie prime seconde (o terze, o quarte…) non solo rielaborate e assemblate con creatività da bravo artista, ma analizzate ed esplorate nel loro intimo per trasformarle in una creatura che non c’è, quasi viva, che si muove senza pensieri, che volteggia e “lavora” con agilità e quasi senza consumo di energia, ma che talvolta ansima fatica e si stufa. Quasi si ribella. Te ne accorgi quando i palloncini di acqua saponata non si spingono verso ovest con la consueta regolarità e allegria; quando la ventina di barattoli dei due “mulini” non raccolgono tutta l’acqua calcolata; quando i tre acciaccati cerchi di bicicletta dimostrano di essere più che vecchi; quando sulla ruota dentata centrale di incerta derivazione la catena soffre per l’accumulo di ruggine salsedine e sabbia; quando le consunte cime nautiche di trasmissione si stancano e non riescono più a trasmettere il moto con il rigore necessario; quando la palletta spugnosa indugia troppo nella spirale opponendosi alla forza di gravità; quando i pendoli e i contrappesi lavorano svogliati; quando perfino il caro Pinocchio seduto (creato davvero con l’accetta) fa le smorfie perché ha il mal di schiena e forse l’artrite…
Giuliano non ha costruito un giocattolo, un orologio, e neanche il solito robot. Non ha “solo” inventato un marchingegno secondo le leggi della geometria, della dinamica, della meccanica dei fluidi e dei vasi comunicanti. Ci aveva già pensato Leonardo. Non ha copiato le complicatissime sculture in movimento del parco di Stoccolma, mica aveva voglia di mettersi in mostra, né di accattar turisti intontiti dal sole. Lui neanche si firma. Lui ha l’animo del poeta-meccanico, infatti anziché la penna adopera pinza giravite sega mola martello trapano; nuota tra viti bulloni e avanzi ferrosi; seleziona materiali gommosi e plastici; consuma fondi di barattoli di vernice per barche di qualsiasi colore che gli altri buttano; raccoglie grandi cortecce di pini per “mascherare” quello che potrebbe apparire brutto. Ha il rigore del progettista senza la noia. La bravura senza l’applauso. L’amore per gli oggetti persi. L’innocente manìa del risparmio e del riuso. La nostalgia dei vecchi lavori. E l’istinto ecologista. Quintali di sensibilità rare.
Comunque, se per caso ce l’avessi, farei controllare solo a lui il mio ROLEX

Pier Giorgio Camaioni

giovedì 20 giugno 2013

E' morto James "Soprano" Gandolfini. Il breve necrologio uttiano

Lo avete mai incontrato un boss della mafia depresso? A parte il Robert De Niro di Terapia e pallottole (ma nel film, Bob non era depresso, solo un po' psicopatico), a parte il boss vero, Bernardo Provenzano, che fra un pizzino e un cancro alla prostata, un po' depresso lo era davvero, l'unico boss veramente depresso, che più depresso non si può, è stato Tony Soprano, al secolo James Gandolfini, morto ieri a Roma, praticamente un ritorno a casa. Figlio di Santa, una napoletana verace, e di James Joseph Senior (nativo di Borgotaro), James Junior aveva 51 anni e una carriera trascorsa sempre davanti alle cineprese. Poco apprezzato dal cinema, è stata la serie televisiva cult “Soprano's” a dargli il successo planetario e tre Grammy Award come miglior attore che, a detta di tutti coloro che lo hanno conosciuto, Gandolfini meritava. Si stava riposando a Roma con la famiglia, poi sarebbe andato al Taormina Film Festival, per un incontro dibattito con Gabriele Muccino e Mario Sesti. Si è fermato a Roma

Massimo Consorti

Pesaro Film Festival. Il programma del Cinema in piazza

A Long and Happy Life di Boris Khlebnikov
Sei proiezioni serali in anteprima e a “cielo aperto” nella piazza principale di Pesaro, all’insegna del connubio tra la qualità e la capacità di rivolgersi a un vasto pubblico chiamato alla fine a premiare il miglior film. A inaugurare la prima serata in piazza, in qualità di film di apertura, sarà A Long and Happy Life di Boris Khlebnikov, tra i più rappresentativi registi russi del nuovo millennio a cui la Mostra aveva dedicato una personale nel 2010. Presentato in Concorso all’ultimo Festival di Berlino, il film racconta la storia di Sasha (un notevole Aleksandr Yatsenko), proprietario di una piccola comunità agricola che l’amministrazione pubblica vuole acquistare e smantellare. Sasha inizialmente accetta, ma quando vede l’attaccamento alla terra dei suoi contadini, decide di combattere la loro battaglia con tutti i mezzi possibili. L’opera di Khlebnikov è potente sia visivamente, con la contrapposizione tra gli immensi spazi rurali russi e le figure umane, che tematicamente, nel non aver paura di rappresentare una provincia lasciata a se stessa, dove la corruzione e l’abuso di potere sono pratica comune. A chiudere la Mostra in Piazza sarà invece Gloria, l’acclamato ultimo lavoro di Sebastian Lelio, a coronamento della personale che il festival gli dedica. Un film divertente e malinconico, interamente incentrato sull’omonima protagonista (una straordinaria Paulina Garcia, miglior attrice a Berlino), vitalissima donna sull’orlo dei sessanta che cerca l’amore nelle sale da ballo per single della sua età, fino all’incontro con Rodolfo e la complicata storia che ne segue.

Il programma del Cinema in Piazza
23 giugno No – I giorni dell'arcobaleno di Pablo Larraìn
24 giugno A long and Happy Life di Boris Khlebnikov
25 giugno Kayan di Maryam Najafi
26 giugno La chupilca del diablo di Ignacio Rodrìguez
27 giugno Matei copil miner di Alexandra Gulea
28 giugno Ophelia di Annarita Zambrano
28 giugno Non lo so ancora di Fabiana Sargentini

29 giugno Gloria di Sebastián Lelio

lunedì 17 giugno 2013

L’handicap della normalità. A proposito del libro "Handicap e società" di Giovanni Vagnarelli


La maniera di parlare di handicap assume nella nostra società post-moderna e consumistica le parvenze istituzionali di un discorso “normalizzato”, dando a questo termine l’accezione di un’assimilazione di senso che procede parallelamente all’imposizione di un modello imperante tanto a livello politico e culturale quanto, soprattutto, economico. Oggi che l’apparato dei consumi sembra riassumere e concentrare il vissuto e le capacità rappresentative dei soggetti, compiendo, in maniera sicuramente più subdola rispetto al passato, il tentativo, riuscito da parte delle élite al potere, di sminuire, bloccandone ogni forma di dissenso, la specificità psicosomatica e la dimensione etica e culturale dei non allineati con le regole del cosiddetto “gioco” delle parti sociali, la diversità, appunto, è sempre più vista in maniera accomodante e, potremmo anche dire, “sentimentalistica”, comunque distorta.
Il tema, o meglio i temi, delicati, contesi e “nascosti” che fanno da corollario a questo assunto di base sono esposti, con notevole capacità di analisi, da Giovanni Vagnarelli, uno studioso attento delle problematiche sociali, filosofo esperto di Gramsci e Gobetti, che con il suo ultimo lavoro “Handicap e Società. Genesi e Morfologia di un embrica mento”, intende metterci in guardia, senza pietismi di sorta o la retorica vuota del “buonismo” falsamente perbenista, contro quelle che definisce le “sirene” dell’addormentamento delle menti da parte di un “logos” predominante o, ad ogni modo, di una cultura “mainstream”, volendo restare alle parole d’ordine dell’autore.
Come definire in effetti diversamente questa impasse culturale ed intellettuale che cortocircuita l’intero ordine democratico e ne fa un rachitico simulacro, di volta in volta riempito di contenuti etico-civili, estetici ed intellettuali dalle classi egemoni? Direbbe Vagnarelli un’espropriazione bella e buona, compiuta furtivamente e con l’armamentario della retorica, ai danni di chi, dotato di sensibilità e personalità altre rispetto alla mentalità comune e ad una cultura istituzionalmente asservita a fini politici, non è libero di autodeterminarsi facendo sentire la propria naturale voce di dissenso e protesta. Insomma una cronica mancanza di rappresentazione sociale, tanto nel caso dell’handicap come delle più varie marginalità sociali, in grado di condurre inesorabilmente ad uno stadio di impoliticità.
Dalla società primitiva, allontanata forzosamente dalla Natura-madre dopo la nascita dell’agricoltura e le nuove esigenze organizzative dell’economia stanziale e metodica che presuppone la figura del Pater Familias, centrata sulla forza del soggetto morale autoritativo, passando per il modello greco che garantisce solo apparentemente dignità di appartenenza comunitaria al popolo, iscrivendola, invece, nelle sfere delle classi egemoni in grado di incarnare la tavola dei valori civici grazie anche all’uso della parola speculativa e del diritto come arte di auto-descrizione e aggregazione del consenso politico, sino alla moderna razionalità (dal Settecento in avanti) in cui la forza contrattuale del potere varia i propri assunti puntando sulle categorie di esperienza, utilità dei fini, benessere e consumo, senza ridurne in ogni caso la natura coercitiva, i margini di intervento lasciati a chi non accetta di essere normalizzato è sempre più esiguo. La “regola” imperante, configurata nella kalokagathìa, sottrae spazi di rivendicazione all’handicap come modello identitario fiaccandone risorse, sbiadendo tutto in “proclami volontaristici” ed indistinte generalizzazioni, appiattendo le coscienze e le cariche eversive nelle diluizioni di coscienze attraverso l’ipnosi del mercato e della felicità a tutti i costi che pacificano in maniera illusoria.
Attraversando secoli di civiltà, reinterpretando in maniera pluridisciplinare (filosofica, storica, antropologica, sociologica, legislativa e pedagogica) il sempre infelice rapporto tra norma, intesa come ordine precostituito, e spinte socialmente non integrate, Vagnarelli fa chiaramente intendere, in un libro che non traccia conclusioni ma non si lascia neppure ingabbiare nella retorica del moralismo edificante o dei discorsi conciliatori, che l’handicap resta tutt’oggi una grave questione irrisolta e, nonostante le buone leggi esistenti, un’occasione di emancipazione mancata per un evidente impossibilità di mettersi in ascolto dei bisogni fisici ma direi, soprattutto, etico-comportamentali del disabile. Insomma ancora una volta, e di più, un’anomalia evidenziata dal costrutto esistenziale apparentemente perfetto e tecnologizzato, patinato e pieno di forzature dei cosiddetti “normali”, in quanto come direbbe il prof. Illuminati che ha curato l’introduzione al volume, la frammentata identità dei portatori di handicap “è subordinata alla loro capacità (parziale) di costruirla con gli strumenti istituzionali, culturali e sociali già esistenti” senza una vera, compiuta rivendicazione del loro statuto di identificazione e raffronto col mondo esterno.
Il libro è stato presentato venerdì 7 giugno presso la Biblioteca di San Benedetto alla presenza dell’autore e dei relatori, il dott Alceo Lucidi e il sociologo Alberto Cutini, che hanno avuto il compito di illustrarne i contenuti e gli indirizzi di fondo. Lucidi, attraverso un’opera di sintesi ha riperso a grandi linee l’articolazione del volume di Vagnarelli sottolineandone il carattere composito, mentre Cutini ha puntato sugli aspetti più direttamente legislativi e pedagogici della questione in una società, come la nostra, che esula dal problema liquidandolo molto spesso in una dimensione pietistica ed assistenziale.
La stessa storia della pubblicazione del volume rinforza tale concetto avendo provveduto l’autore a pubblicare autonomamente il testo attraverso le nuove frontiere dell’editoria on-line senza ricevere particolari sostegni. Contro ogni forma di resistenza culturale a considerare l’handicap una forma di espressione identitaria, nella sua variegata complessità, invitiamo chiunque fosse interessato all’acquisto del libro a rifarsi al sito: www.ilmiolibro.it.

domenica 16 giugno 2013

Pesaro Film Festival. Il 27° evento speciale. La via sperimentale del cinema italiano

Home - Virginia Eleuteri Serpieri
Il 27° Evento Speciale, a cura di Adriano Aprà, si concentrerà sulla produzione del Nuovo Millennio. Essa riguarderà film di finzione, documentari, film di animazione, film sperimentali, corti, medi e lunghi, in pellicola o in video, che abbiano l'ambizione di collocarsi al di fuori delle regole canoniche dei diversi generi per proporre esplorazioni innovative di forme espressive. L'indagine condotta ha rivelato un vasto universo, benché spesso sotterraneo, che testimonia di una vera corrente di nuovo cinema italiano meritevole di essere indagata da vicino. C'è un’esplosione di sperimentalismo indipendente, a volte diffuso solo sulla rete, segno da una parte di una insofferenza, e di una opposizione, alle forme consuete di produzione e distribuzione, dall'altra è certamente il risultato della presenza del digitale. Alcuni hanno visto i loro meriti giustamente riconosciuti, basti pensare al fresco Nastro d’argento di Costanza Quatriglio per il suo documentario, Terramatta (2012); o al David di Donatello per il miglior cortometraggio lo scorso anno all’animazione di Simone Massi (del quale sarà proiettato La memoria dei cani, 2006), altri ancora sono riusciti ad avere una qualche forma di visibilità in festival o in sala, come Michelangelo Frammartino, Alina Marazzi, Pietro Marcello (Il silenzio di Pelešjan, 2011), Pippo Delbono (Amore carne, 2011), Davide Manuli (Beket, 2008), ma molti – la maggior parte – sono sfuggiti a una vera forma di distribuzione. L’Evento Speciale di quest’anno si propone quindi di mappare il nuovo immaginario del cinema italiano, attraverso una eterogenea selezione di circa quaranta opere che, pur diversissime tra loro, sono contraddistinte da una notevole forza innovatrice o, comunque, avanguardistica, come l’incursione nei manicomi attraverso i ritratti fotografici di Giovanni Baresi con Identità (non più) nascoste (2004), il mesh-up disturbante di Danilo Torre con Magic Fantasy Light (2008), il viaggio nel “Purgatorio delle ciminiere”, un’area dismessa, emblema di un Sud mai redento di Antonello Matarazzo con Miserere (2004), lo studio dello spazio naturale fra documento scientifico e astrazione lirica di Mirco Santi con Lido (2000-2003), il progetto “scolastico” e cross-mediale di Andrea Caccia con Vedozero (2010). Due lavori si presentano come diari intimi e personali delle
registe: J’attends une femme di Chiara Malta (2010) sorta di video-lettera alla figlia, realizzata con materiali d’archivio e Home di Virginia Eleuteri Serpieri (2007) che crea con il cinema uno spazio dove rivivere i propri ricordi. Non mancano ovviamente opere d’animazione, dalla più tradizionale a quella digitale, rappresentata tra gli altri da La Piccola Russia (2004) di Gianluigi Toccafondo, La memoria dei cani (2006) di Simone Massi, Percorso #0008-0209 (2009) di Igor Imhoff e Corpus No.Body (2010) del collettivo Basmati.
Sono presenti anche altri progetti collettivi come gli ZimmerFrei con Panaroma_Roma (2004) inedita panoramica di Piazza del Popolo a 360° e i Flatform con Movimenti di un tempo impossibile (2011), un unico piano sequenza dove si mescolano elementi molto diversi fra loro. Tra gli oltre quaranta artisti presentati ci saranno anche: Luca Acito e Sebastiano Montresor, Edison Studio/Silvia Di Domenico, Giulio Latini, Luca Ferro, Sara Pozzoli, Simone Cangelosi, Augusto Contento, Daniela De Felice, Felice D'Agostino, Arturo Lavorato, Debora Vrizzi, Mauro Santini, Niba, Matteo Giacchella, Virgilio Villoresi, Alessandro Bavari, Giacomo Nanni, Antonio Bigini, Claudio Giapponesi, Paolo Simoni, Cane CapoVolto, Zapruder (David Zamagni, Nadia Ranocchi), Manuele Bossolasco, Real101 (Andrea Gallo), Alessandro Amaducci, Emanuele Becheri, Luca Manes e Ganga (Francesco CabrasAlberto Molinari). Accompagnerà la retrospettiva – che sarebbe meglio chiamare prospettiva, volta com'è a essere quasi il manifesto per un nuovo cinema italiano – un volume di saggi a cura di Adriano Aprà edito da Marsilio. “Fuori norma. La via sperimentale del cinema italiano” analizzerà trasversalmente il fenomeno con il contributo di critici e saggisti, riservando molto spazio alle “penne” giovani. I contributi saranno firmati da: Giulia Bursi, Pierpaolo De Sanctis, Bruno Di Marino, Sandra Lischi, Dario Marchiori e Federico Rossin, Cristina Piccino, Giacomo Ravesi e Gianmarco Torri.

sabato 15 giugno 2013

Enrica Loggi al Festival Ferré. Quando l'arte e la vita diventano poesia.

Si partecipa a tavole rotonde e dibattiti in mille modi. Quasi sempre si parla. Tanto. Oh quanto si parla. Capire diventa un optional però, quello che conta, è dar fiato alla nostra sconfinata sete di protagonismo. C'è chi invece, come la nostra redattrice per la poesia, Enrica Loggi, che interviene ai dibattiti come ogni poeta che si rispetti dovrebbe fare: recitando versi sul tema.
Quella che riportiamo sotto è la poesia (inedita) che Enrica Loggi ha letto in occasione della tavola rotonda: "Il rapporto tra arte e vita nei poeti e nei musicisti", organizzata nella Sala della Poesia di Palazzo Bice Piacentini, in occasione del Festival dedicato a Léo Ferré a San Benedetto del Tronto.




E’ tardi, s’incrociano strade
come rime fuggiasche
ho appena finito di parlare
e la vita si tinge, sfuma
in una sera che si apre e inghiotte
il canto più lento del giorno
e si rifugia nei versi
come in braccia di madri.
Vita che si traveste
in solitudine
e tra i suoi panni ruvidi
si posano i momenti, le parole.
Poesia che nasci da macerie
e vai girando dove nessuno cammina
o dove tutti cercano una luce
e ti rifugi nell’acciarino
che accende la tua candela,
mi sei apparsa e ti reggo sull’indice
come un uccellino mite.
La vita il deserto
cercano il tuo manto piumato
per attraversare il fiume
per andare a casa.
Ho riposto il vestito della festa
per entrare graziosa
nella tua dimora
nel tuo lungo sospirare
nelle tue lacrime
nel tuo belletto circense
sirena
del mio viaggio continuo
tra i vivi,
quelli che cantano canzoni
per stancare il vento di marzo
per incantare la morte.
E aspettano le rondini

e il verde dei campi.

venerdì 14 giugno 2013

49° Pesaro Film Festival. Il nuovissimo cinema cileno. Focus on Sebastián Lelio

Focus on Sebastian Lelio - El año del tigre
Cile 2013: un governo di destra che sembra sgradito perfino ai suoi stessi sostenitori; elezioni presidenziali a novembre, con la socialista Michelle Bachelet (già presidente della Repubblica dal 2006 al 2010) quale grande favorita; un’economia in crescita, ma che non ha mai sanato le grandi diseguaglianze sociali, con tutta l’acqua cilena in pratica diventata italiana, acquistata dall’Enel, con progetti cui si oppongono da anni i movimenti mapuche (in spagnolo anche araucanos, Araucani) e ambientalisti; un vasto e combattivo movimento studentesco nato nel 2011… E, per finire, un passato doloroso con il quale bisogna ancora chiudere i conti, nonostante siano trascorsi trent’anni dal referendum che ha segnato la fine del sanguinario regime di Augusto Pinochet - così argutamente narrato da Pablo Larraín nel film No (proiezione speciale per l’Avanfestival) - e sia ormai terminata la complicata e ambigua stagione di passaggio tra dittatura e democrazia.
Quanto di tutto ciò portano con sé i cineasti invitati alla Mostra del nuovo cinema, dove il Cile è il paese ospite? Naturalmente molto, come hanno fatto gli scrittori e gli studiosi invitati al recente Salone del libro di Torino, perché la letteratura e il cinema cileni non hanno mai smesso di leggere e rileggere, elaborare e interpretare la realtà del proprio paese, riuscendo con forme e temi nuovi, a spingersi prepotentemente oltre l’orizzonte nazionale, con una pluralità di voci originali e appassionanti.
La 49esima Mostra Internazionale del Nuovo Cinema, diretta da Giovanni Spagnoletti, dopo aver esplorato, in anni passati, il Messico e l’Argentina continua la sua perlustrazione delle cinematografie del Sud America proponendo, per la prima volta in Italia, un’ampia retrospettiva sul cinema cileno che nell’ultimo decennio si è segnalato come una delle produzioni più attive e innovative del continente latino-americano (e non solo).
Ad accompagnare le proiezioni, oltre a una tavola rotonda con i registi invitati, il festival proporrà un’ampia sezione monografica del catalogo generale in cui esplorerà l’attuale struttura estetico-produttiva del cinema cileno. Non mancherà, inoltre, un ricco approfondimento sul passato cinematografico di un paese che ha vissuto una sua prima notorietà internazionale a seguito dell’espatrio di alcuni interessanti registi come Alejandro Jodorowsky, Miguel Littin, Raúl Ruiz o il documentarista Patricio Guzmán, dopo la morte di Salvador Allende e l’instaurazione di una lunga e sanguinaria dittatura militare (1973-1990). È a partire circa dal 2005 che il cinema cileno ha iniziato ad assumere dei caratteri di novità strutturale, attraverso opere prime innovative di registi come Matías Bize, Fernando Lavanderos e Sebastián Lelio; proprio a quest’ultimo la Mostra dedica una personale. Lelio, regista, sceneggiatore e montatore, si è diplomato all’Escuela de Cine in Cile e ha diretto vari cortometraggi (tra cui Cuatro, 1996; Ciudad de maravillas, 2001; Carga vital, 2003) e documentari (Cero, 2003; Mi mundo privado, 2004). A Pesaro si avrà la possibilità di vedere il suo lungometraggio d’esordio, La sagrada familia (2005, presentato a San Sebastián e vincitore di numerosi premi internazionali), nel quale gli equilibri di una normale famiglia sono sconvolti dall’arrivo della fidanzata del primogenito, l’introspettivo Navidad (2009, presentato a Cannes) che mette a confronto tre giovani problematici, El año del tigre (2011, in concorso a Locarno) su un carcerato che riesce a fuggire sfruttando il tragico terremoto che ha colpito il Paese nel febbraio 2010 e, in anteprima italiana, la sua ultima opera, Gloria, uno dei film più applauditi all’ultimo festival di Berlino (in autunno in Italia, distribuito da Lucky Red). Ad accompagnare la personale su Lelio, ci saranno opere di un agguerrito plotone di giovani registi (e un “vecchio” maestro), per uno sguardo esaustivo su un’industria che sta vivendo un’altra giovinezza.
Oltre ai già citati Matías Bize con Sábado (2003) e La vida de los peces (2010, Miglior Film Latino-americano dell’anno ai Premi Goya) e Fernando Lavanderos con Y las vacas vuelan (2004), saranno presentati anche Alejandro Fernandez Almendras con Huacho (2009, Miglior Opera Prima all’Havana Film Festival), Andrés Wood con Violeta Parra went to Heaven (2011, Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival 2012), Cristián Jiménez con Bonsái (2011, selezionato per “Un certain regard” a Cannes). E ancora l’autore dell’apprezzato La nana, Sebastian Silvia con La vida me mata (2007), Alicia Sherson con Play del 2005 (ma è autrice anche di Il futuro, prossimamente in Italia, adattamento di Un romanzetto canaglia - da poco rieditato col titolo Un romanzetto lumpen -, l’ultimo libro che Roberto Bolaño ha pubblicato in vita), Fernando Guzzoni con Carne de perro (2011) e Jose Luis Torres Leiva col documentario minimalista Ningun lugar en ninguna parte (2005).
Infine, sarà dato spazio a uno dei più importanti documentaristi del cinema cileno, Patricio Guzmán, del quale sarà presentato il miglior documentario agli European Awards del 2010, Nostalgia de la luz.