domenica 23 giugno 2013

Ingegno e Poesia. Le “macchine di Leonardo on the beach” di Giuliano R.

Anche quest’anno il ruspante Club Velico “Amici del mare” gli ha prestato quei quattro metri quadri di sabbia, così lui vi ha ripiazzato, riveduta e aggiornata, la sua buffa stupefacente e un po’ naif installazione idraulica rotante a km zero e a costo zero. Chissà quanto ingegno e quanto tempo però ci ha prodigato. Eppure Giuliano non è discendente di Leonardo da Vinci, neanche gli somiglia, non appare con scenografici lunghi capelli e barba, non è figlio di notaio, non ha mai cercato incarichi papali (anche se da ‘ste parti bazzicarono Sisto V e Alessandro III), non ha vissuto a Milano e Firenze, né dimorato nei castelli reali di Francia. Fa pure le ferie qua, lui…
Non gli ho chiesto se questa sua “opera” sia unica, o l’ultima di una produzione ideata per restituire al Comune i sacchi gialli e azzurri delle varie raccolte differenziate, tenendosi solo quelli marron dell’umido. Sicuramente, i materiali, gli ingredienti, li ha trovati dentro casa e raccolti dagli amici o per strada, mica li ha comprati. Materie prime seconde (o terze, o quarte…) non solo rielaborate e assemblate con creatività da bravo artista, ma analizzate ed esplorate nel loro intimo per trasformarle in una creatura che non c’è, quasi viva, che si muove senza pensieri, che volteggia e “lavora” con agilità e quasi senza consumo di energia, ma che talvolta ansima fatica e si stufa. Quasi si ribella. Te ne accorgi quando i palloncini di acqua saponata non si spingono verso ovest con la consueta regolarità e allegria; quando la ventina di barattoli dei due “mulini” non raccolgono tutta l’acqua calcolata; quando i tre acciaccati cerchi di bicicletta dimostrano di essere più che vecchi; quando sulla ruota dentata centrale di incerta derivazione la catena soffre per l’accumulo di ruggine salsedine e sabbia; quando le consunte cime nautiche di trasmissione si stancano e non riescono più a trasmettere il moto con il rigore necessario; quando la palletta spugnosa indugia troppo nella spirale opponendosi alla forza di gravità; quando i pendoli e i contrappesi lavorano svogliati; quando perfino il caro Pinocchio seduto (creato davvero con l’accetta) fa le smorfie perché ha il mal di schiena e forse l’artrite…
Giuliano non ha costruito un giocattolo, un orologio, e neanche il solito robot. Non ha “solo” inventato un marchingegno secondo le leggi della geometria, della dinamica, della meccanica dei fluidi e dei vasi comunicanti. Ci aveva già pensato Leonardo. Non ha copiato le complicatissime sculture in movimento del parco di Stoccolma, mica aveva voglia di mettersi in mostra, né di accattar turisti intontiti dal sole. Lui neanche si firma. Lui ha l’animo del poeta-meccanico, infatti anziché la penna adopera pinza giravite sega mola martello trapano; nuota tra viti bulloni e avanzi ferrosi; seleziona materiali gommosi e plastici; consuma fondi di barattoli di vernice per barche di qualsiasi colore che gli altri buttano; raccoglie grandi cortecce di pini per “mascherare” quello che potrebbe apparire brutto. Ha il rigore del progettista senza la noia. La bravura senza l’applauso. L’amore per gli oggetti persi. L’innocente manìa del risparmio e del riuso. La nostalgia dei vecchi lavori. E l’istinto ecologista. Quintali di sensibilità rare.
Comunque, se per caso ce l’avessi, farei controllare solo a lui il mio ROLEX

Pier Giorgio Camaioni

giovedì 20 giugno 2013

E' morto James "Soprano" Gandolfini. Il breve necrologio uttiano

Lo avete mai incontrato un boss della mafia depresso? A parte il Robert De Niro di Terapia e pallottole (ma nel film, Bob non era depresso, solo un po' psicopatico), a parte il boss vero, Bernardo Provenzano, che fra un pizzino e un cancro alla prostata, un po' depresso lo era davvero, l'unico boss veramente depresso, che più depresso non si può, è stato Tony Soprano, al secolo James Gandolfini, morto ieri a Roma, praticamente un ritorno a casa. Figlio di Santa, una napoletana verace, e di James Joseph Senior (nativo di Borgotaro), James Junior aveva 51 anni e una carriera trascorsa sempre davanti alle cineprese. Poco apprezzato dal cinema, è stata la serie televisiva cult “Soprano's” a dargli il successo planetario e tre Grammy Award come miglior attore che, a detta di tutti coloro che lo hanno conosciuto, Gandolfini meritava. Si stava riposando a Roma con la famiglia, poi sarebbe andato al Taormina Film Festival, per un incontro dibattito con Gabriele Muccino e Mario Sesti. Si è fermato a Roma

Massimo Consorti

Pesaro Film Festival. Il programma del Cinema in piazza

A Long and Happy Life di Boris Khlebnikov
Sei proiezioni serali in anteprima e a “cielo aperto” nella piazza principale di Pesaro, all’insegna del connubio tra la qualità e la capacità di rivolgersi a un vasto pubblico chiamato alla fine a premiare il miglior film. A inaugurare la prima serata in piazza, in qualità di film di apertura, sarà A Long and Happy Life di Boris Khlebnikov, tra i più rappresentativi registi russi del nuovo millennio a cui la Mostra aveva dedicato una personale nel 2010. Presentato in Concorso all’ultimo Festival di Berlino, il film racconta la storia di Sasha (un notevole Aleksandr Yatsenko), proprietario di una piccola comunità agricola che l’amministrazione pubblica vuole acquistare e smantellare. Sasha inizialmente accetta, ma quando vede l’attaccamento alla terra dei suoi contadini, decide di combattere la loro battaglia con tutti i mezzi possibili. L’opera di Khlebnikov è potente sia visivamente, con la contrapposizione tra gli immensi spazi rurali russi e le figure umane, che tematicamente, nel non aver paura di rappresentare una provincia lasciata a se stessa, dove la corruzione e l’abuso di potere sono pratica comune. A chiudere la Mostra in Piazza sarà invece Gloria, l’acclamato ultimo lavoro di Sebastian Lelio, a coronamento della personale che il festival gli dedica. Un film divertente e malinconico, interamente incentrato sull’omonima protagonista (una straordinaria Paulina Garcia, miglior attrice a Berlino), vitalissima donna sull’orlo dei sessanta che cerca l’amore nelle sale da ballo per single della sua età, fino all’incontro con Rodolfo e la complicata storia che ne segue.

Il programma del Cinema in Piazza
23 giugno No – I giorni dell'arcobaleno di Pablo Larraìn
24 giugno A long and Happy Life di Boris Khlebnikov
25 giugno Kayan di Maryam Najafi
26 giugno La chupilca del diablo di Ignacio Rodrìguez
27 giugno Matei copil miner di Alexandra Gulea
28 giugno Ophelia di Annarita Zambrano
28 giugno Non lo so ancora di Fabiana Sargentini

29 giugno Gloria di Sebastián Lelio

lunedì 17 giugno 2013

L’handicap della normalità. A proposito del libro "Handicap e società" di Giovanni Vagnarelli


La maniera di parlare di handicap assume nella nostra società post-moderna e consumistica le parvenze istituzionali di un discorso “normalizzato”, dando a questo termine l’accezione di un’assimilazione di senso che procede parallelamente all’imposizione di un modello imperante tanto a livello politico e culturale quanto, soprattutto, economico. Oggi che l’apparato dei consumi sembra riassumere e concentrare il vissuto e le capacità rappresentative dei soggetti, compiendo, in maniera sicuramente più subdola rispetto al passato, il tentativo, riuscito da parte delle élite al potere, di sminuire, bloccandone ogni forma di dissenso, la specificità psicosomatica e la dimensione etica e culturale dei non allineati con le regole del cosiddetto “gioco” delle parti sociali, la diversità, appunto, è sempre più vista in maniera accomodante e, potremmo anche dire, “sentimentalistica”, comunque distorta.
Il tema, o meglio i temi, delicati, contesi e “nascosti” che fanno da corollario a questo assunto di base sono esposti, con notevole capacità di analisi, da Giovanni Vagnarelli, uno studioso attento delle problematiche sociali, filosofo esperto di Gramsci e Gobetti, che con il suo ultimo lavoro “Handicap e Società. Genesi e Morfologia di un embrica mento”, intende metterci in guardia, senza pietismi di sorta o la retorica vuota del “buonismo” falsamente perbenista, contro quelle che definisce le “sirene” dell’addormentamento delle menti da parte di un “logos” predominante o, ad ogni modo, di una cultura “mainstream”, volendo restare alle parole d’ordine dell’autore.
Come definire in effetti diversamente questa impasse culturale ed intellettuale che cortocircuita l’intero ordine democratico e ne fa un rachitico simulacro, di volta in volta riempito di contenuti etico-civili, estetici ed intellettuali dalle classi egemoni? Direbbe Vagnarelli un’espropriazione bella e buona, compiuta furtivamente e con l’armamentario della retorica, ai danni di chi, dotato di sensibilità e personalità altre rispetto alla mentalità comune e ad una cultura istituzionalmente asservita a fini politici, non è libero di autodeterminarsi facendo sentire la propria naturale voce di dissenso e protesta. Insomma una cronica mancanza di rappresentazione sociale, tanto nel caso dell’handicap come delle più varie marginalità sociali, in grado di condurre inesorabilmente ad uno stadio di impoliticità.
Dalla società primitiva, allontanata forzosamente dalla Natura-madre dopo la nascita dell’agricoltura e le nuove esigenze organizzative dell’economia stanziale e metodica che presuppone la figura del Pater Familias, centrata sulla forza del soggetto morale autoritativo, passando per il modello greco che garantisce solo apparentemente dignità di appartenenza comunitaria al popolo, iscrivendola, invece, nelle sfere delle classi egemoni in grado di incarnare la tavola dei valori civici grazie anche all’uso della parola speculativa e del diritto come arte di auto-descrizione e aggregazione del consenso politico, sino alla moderna razionalità (dal Settecento in avanti) in cui la forza contrattuale del potere varia i propri assunti puntando sulle categorie di esperienza, utilità dei fini, benessere e consumo, senza ridurne in ogni caso la natura coercitiva, i margini di intervento lasciati a chi non accetta di essere normalizzato è sempre più esiguo. La “regola” imperante, configurata nella kalokagathìa, sottrae spazi di rivendicazione all’handicap come modello identitario fiaccandone risorse, sbiadendo tutto in “proclami volontaristici” ed indistinte generalizzazioni, appiattendo le coscienze e le cariche eversive nelle diluizioni di coscienze attraverso l’ipnosi del mercato e della felicità a tutti i costi che pacificano in maniera illusoria.
Attraversando secoli di civiltà, reinterpretando in maniera pluridisciplinare (filosofica, storica, antropologica, sociologica, legislativa e pedagogica) il sempre infelice rapporto tra norma, intesa come ordine precostituito, e spinte socialmente non integrate, Vagnarelli fa chiaramente intendere, in un libro che non traccia conclusioni ma non si lascia neppure ingabbiare nella retorica del moralismo edificante o dei discorsi conciliatori, che l’handicap resta tutt’oggi una grave questione irrisolta e, nonostante le buone leggi esistenti, un’occasione di emancipazione mancata per un evidente impossibilità di mettersi in ascolto dei bisogni fisici ma direi, soprattutto, etico-comportamentali del disabile. Insomma ancora una volta, e di più, un’anomalia evidenziata dal costrutto esistenziale apparentemente perfetto e tecnologizzato, patinato e pieno di forzature dei cosiddetti “normali”, in quanto come direbbe il prof. Illuminati che ha curato l’introduzione al volume, la frammentata identità dei portatori di handicap “è subordinata alla loro capacità (parziale) di costruirla con gli strumenti istituzionali, culturali e sociali già esistenti” senza una vera, compiuta rivendicazione del loro statuto di identificazione e raffronto col mondo esterno.
Il libro è stato presentato venerdì 7 giugno presso la Biblioteca di San Benedetto alla presenza dell’autore e dei relatori, il dott Alceo Lucidi e il sociologo Alberto Cutini, che hanno avuto il compito di illustrarne i contenuti e gli indirizzi di fondo. Lucidi, attraverso un’opera di sintesi ha riperso a grandi linee l’articolazione del volume di Vagnarelli sottolineandone il carattere composito, mentre Cutini ha puntato sugli aspetti più direttamente legislativi e pedagogici della questione in una società, come la nostra, che esula dal problema liquidandolo molto spesso in una dimensione pietistica ed assistenziale.
La stessa storia della pubblicazione del volume rinforza tale concetto avendo provveduto l’autore a pubblicare autonomamente il testo attraverso le nuove frontiere dell’editoria on-line senza ricevere particolari sostegni. Contro ogni forma di resistenza culturale a considerare l’handicap una forma di espressione identitaria, nella sua variegata complessità, invitiamo chiunque fosse interessato all’acquisto del libro a rifarsi al sito: www.ilmiolibro.it.

domenica 16 giugno 2013

Pesaro Film Festival. Il 27° evento speciale. La via sperimentale del cinema italiano

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Il 27° Evento Speciale, a cura di Adriano Aprà, si concentrerà sulla produzione del Nuovo Millennio. Essa riguarderà film di finzione, documentari, film di animazione, film sperimentali, corti, medi e lunghi, in pellicola o in video, che abbiano l'ambizione di collocarsi al di fuori delle regole canoniche dei diversi generi per proporre esplorazioni innovative di forme espressive. L'indagine condotta ha rivelato un vasto universo, benché spesso sotterraneo, che testimonia di una vera corrente di nuovo cinema italiano meritevole di essere indagata da vicino. C'è un’esplosione di sperimentalismo indipendente, a volte diffuso solo sulla rete, segno da una parte di una insofferenza, e di una opposizione, alle forme consuete di produzione e distribuzione, dall'altra è certamente il risultato della presenza del digitale. Alcuni hanno visto i loro meriti giustamente riconosciuti, basti pensare al fresco Nastro d’argento di Costanza Quatriglio per il suo documentario, Terramatta (2012); o al David di Donatello per il miglior cortometraggio lo scorso anno all’animazione di Simone Massi (del quale sarà proiettato La memoria dei cani, 2006), altri ancora sono riusciti ad avere una qualche forma di visibilità in festival o in sala, come Michelangelo Frammartino, Alina Marazzi, Pietro Marcello (Il silenzio di Pelešjan, 2011), Pippo Delbono (Amore carne, 2011), Davide Manuli (Beket, 2008), ma molti – la maggior parte – sono sfuggiti a una vera forma di distribuzione. L’Evento Speciale di quest’anno si propone quindi di mappare il nuovo immaginario del cinema italiano, attraverso una eterogenea selezione di circa quaranta opere che, pur diversissime tra loro, sono contraddistinte da una notevole forza innovatrice o, comunque, avanguardistica, come l’incursione nei manicomi attraverso i ritratti fotografici di Giovanni Baresi con Identità (non più) nascoste (2004), il mesh-up disturbante di Danilo Torre con Magic Fantasy Light (2008), il viaggio nel “Purgatorio delle ciminiere”, un’area dismessa, emblema di un Sud mai redento di Antonello Matarazzo con Miserere (2004), lo studio dello spazio naturale fra documento scientifico e astrazione lirica di Mirco Santi con Lido (2000-2003), il progetto “scolastico” e cross-mediale di Andrea Caccia con Vedozero (2010). Due lavori si presentano come diari intimi e personali delle
registe: J’attends une femme di Chiara Malta (2010) sorta di video-lettera alla figlia, realizzata con materiali d’archivio e Home di Virginia Eleuteri Serpieri (2007) che crea con il cinema uno spazio dove rivivere i propri ricordi. Non mancano ovviamente opere d’animazione, dalla più tradizionale a quella digitale, rappresentata tra gli altri da La Piccola Russia (2004) di Gianluigi Toccafondo, La memoria dei cani (2006) di Simone Massi, Percorso #0008-0209 (2009) di Igor Imhoff e Corpus No.Body (2010) del collettivo Basmati.
Sono presenti anche altri progetti collettivi come gli ZimmerFrei con Panaroma_Roma (2004) inedita panoramica di Piazza del Popolo a 360° e i Flatform con Movimenti di un tempo impossibile (2011), un unico piano sequenza dove si mescolano elementi molto diversi fra loro. Tra gli oltre quaranta artisti presentati ci saranno anche: Luca Acito e Sebastiano Montresor, Edison Studio/Silvia Di Domenico, Giulio Latini, Luca Ferro, Sara Pozzoli, Simone Cangelosi, Augusto Contento, Daniela De Felice, Felice D'Agostino, Arturo Lavorato, Debora Vrizzi, Mauro Santini, Niba, Matteo Giacchella, Virgilio Villoresi, Alessandro Bavari, Giacomo Nanni, Antonio Bigini, Claudio Giapponesi, Paolo Simoni, Cane CapoVolto, Zapruder (David Zamagni, Nadia Ranocchi), Manuele Bossolasco, Real101 (Andrea Gallo), Alessandro Amaducci, Emanuele Becheri, Luca Manes e Ganga (Francesco CabrasAlberto Molinari). Accompagnerà la retrospettiva – che sarebbe meglio chiamare prospettiva, volta com'è a essere quasi il manifesto per un nuovo cinema italiano – un volume di saggi a cura di Adriano Aprà edito da Marsilio. “Fuori norma. La via sperimentale del cinema italiano” analizzerà trasversalmente il fenomeno con il contributo di critici e saggisti, riservando molto spazio alle “penne” giovani. I contributi saranno firmati da: Giulia Bursi, Pierpaolo De Sanctis, Bruno Di Marino, Sandra Lischi, Dario Marchiori e Federico Rossin, Cristina Piccino, Giacomo Ravesi e Gianmarco Torri.

sabato 15 giugno 2013

Enrica Loggi al Festival Ferré. Quando l'arte e la vita diventano poesia.

Si partecipa a tavole rotonde e dibattiti in mille modi. Quasi sempre si parla. Tanto. Oh quanto si parla. Capire diventa un optional però, quello che conta, è dar fiato alla nostra sconfinata sete di protagonismo. C'è chi invece, come la nostra redattrice per la poesia, Enrica Loggi, che interviene ai dibattiti come ogni poeta che si rispetti dovrebbe fare: recitando versi sul tema.
Quella che riportiamo sotto è la poesia (inedita) che Enrica Loggi ha letto in occasione della tavola rotonda: "Il rapporto tra arte e vita nei poeti e nei musicisti", organizzata nella Sala della Poesia di Palazzo Bice Piacentini, in occasione del Festival dedicato a Léo Ferré a San Benedetto del Tronto.




E’ tardi, s’incrociano strade
come rime fuggiasche
ho appena finito di parlare
e la vita si tinge, sfuma
in una sera che si apre e inghiotte
il canto più lento del giorno
e si rifugia nei versi
come in braccia di madri.
Vita che si traveste
in solitudine
e tra i suoi panni ruvidi
si posano i momenti, le parole.
Poesia che nasci da macerie
e vai girando dove nessuno cammina
o dove tutti cercano una luce
e ti rifugi nell’acciarino
che accende la tua candela,
mi sei apparsa e ti reggo sull’indice
come un uccellino mite.
La vita il deserto
cercano il tuo manto piumato
per attraversare il fiume
per andare a casa.
Ho riposto il vestito della festa
per entrare graziosa
nella tua dimora
nel tuo lungo sospirare
nelle tue lacrime
nel tuo belletto circense
sirena
del mio viaggio continuo
tra i vivi,
quelli che cantano canzoni
per stancare il vento di marzo
per incantare la morte.
E aspettano le rondini

e il verde dei campi.

venerdì 14 giugno 2013

49° Pesaro Film Festival. Il nuovissimo cinema cileno. Focus on Sebastián Lelio

Focus on Sebastian Lelio - El año del tigre
Cile 2013: un governo di destra che sembra sgradito perfino ai suoi stessi sostenitori; elezioni presidenziali a novembre, con la socialista Michelle Bachelet (già presidente della Repubblica dal 2006 al 2010) quale grande favorita; un’economia in crescita, ma che non ha mai sanato le grandi diseguaglianze sociali, con tutta l’acqua cilena in pratica diventata italiana, acquistata dall’Enel, con progetti cui si oppongono da anni i movimenti mapuche (in spagnolo anche araucanos, Araucani) e ambientalisti; un vasto e combattivo movimento studentesco nato nel 2011… E, per finire, un passato doloroso con il quale bisogna ancora chiudere i conti, nonostante siano trascorsi trent’anni dal referendum che ha segnato la fine del sanguinario regime di Augusto Pinochet - così argutamente narrato da Pablo Larraín nel film No (proiezione speciale per l’Avanfestival) - e sia ormai terminata la complicata e ambigua stagione di passaggio tra dittatura e democrazia.
Quanto di tutto ciò portano con sé i cineasti invitati alla Mostra del nuovo cinema, dove il Cile è il paese ospite? Naturalmente molto, come hanno fatto gli scrittori e gli studiosi invitati al recente Salone del libro di Torino, perché la letteratura e il cinema cileni non hanno mai smesso di leggere e rileggere, elaborare e interpretare la realtà del proprio paese, riuscendo con forme e temi nuovi, a spingersi prepotentemente oltre l’orizzonte nazionale, con una pluralità di voci originali e appassionanti.
La 49esima Mostra Internazionale del Nuovo Cinema, diretta da Giovanni Spagnoletti, dopo aver esplorato, in anni passati, il Messico e l’Argentina continua la sua perlustrazione delle cinematografie del Sud America proponendo, per la prima volta in Italia, un’ampia retrospettiva sul cinema cileno che nell’ultimo decennio si è segnalato come una delle produzioni più attive e innovative del continente latino-americano (e non solo).
Ad accompagnare le proiezioni, oltre a una tavola rotonda con i registi invitati, il festival proporrà un’ampia sezione monografica del catalogo generale in cui esplorerà l’attuale struttura estetico-produttiva del cinema cileno. Non mancherà, inoltre, un ricco approfondimento sul passato cinematografico di un paese che ha vissuto una sua prima notorietà internazionale a seguito dell’espatrio di alcuni interessanti registi come Alejandro Jodorowsky, Miguel Littin, Raúl Ruiz o il documentarista Patricio Guzmán, dopo la morte di Salvador Allende e l’instaurazione di una lunga e sanguinaria dittatura militare (1973-1990). È a partire circa dal 2005 che il cinema cileno ha iniziato ad assumere dei caratteri di novità strutturale, attraverso opere prime innovative di registi come Matías Bize, Fernando Lavanderos e Sebastián Lelio; proprio a quest’ultimo la Mostra dedica una personale. Lelio, regista, sceneggiatore e montatore, si è diplomato all’Escuela de Cine in Cile e ha diretto vari cortometraggi (tra cui Cuatro, 1996; Ciudad de maravillas, 2001; Carga vital, 2003) e documentari (Cero, 2003; Mi mundo privado, 2004). A Pesaro si avrà la possibilità di vedere il suo lungometraggio d’esordio, La sagrada familia (2005, presentato a San Sebastián e vincitore di numerosi premi internazionali), nel quale gli equilibri di una normale famiglia sono sconvolti dall’arrivo della fidanzata del primogenito, l’introspettivo Navidad (2009, presentato a Cannes) che mette a confronto tre giovani problematici, El año del tigre (2011, in concorso a Locarno) su un carcerato che riesce a fuggire sfruttando il tragico terremoto che ha colpito il Paese nel febbraio 2010 e, in anteprima italiana, la sua ultima opera, Gloria, uno dei film più applauditi all’ultimo festival di Berlino (in autunno in Italia, distribuito da Lucky Red). Ad accompagnare la personale su Lelio, ci saranno opere di un agguerrito plotone di giovani registi (e un “vecchio” maestro), per uno sguardo esaustivo su un’industria che sta vivendo un’altra giovinezza.
Oltre ai già citati Matías Bize con Sábado (2003) e La vida de los peces (2010, Miglior Film Latino-americano dell’anno ai Premi Goya) e Fernando Lavanderos con Y las vacas vuelan (2004), saranno presentati anche Alejandro Fernandez Almendras con Huacho (2009, Miglior Opera Prima all’Havana Film Festival), Andrés Wood con Violeta Parra went to Heaven (2011, Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival 2012), Cristián Jiménez con Bonsái (2011, selezionato per “Un certain regard” a Cannes). E ancora l’autore dell’apprezzato La nana, Sebastian Silvia con La vida me mata (2007), Alicia Sherson con Play del 2005 (ma è autrice anche di Il futuro, prossimamente in Italia, adattamento di Un romanzetto canaglia - da poco rieditato col titolo Un romanzetto lumpen -, l’ultimo libro che Roberto Bolaño ha pubblicato in vita), Fernando Guzzoni con Carne de perro (2011) e Jose Luis Torres Leiva col documentario minimalista Ningun lugar en ninguna parte (2005).
Infine, sarà dato spazio a uno dei più importanti documentaristi del cinema cileno, Patricio Guzmán, del quale sarà presentato il miglior documentario agli European Awards del 2010, Nostalgia de la luz.


giovedì 13 giugno 2013

Breve storia del Festival del Cinema di Pesaro. Un evento (ancora) da pionieri in un mare di tagli senza senso.

Alla fine degli Anni Sessanta, la Mostra del Cinema di Pesaro, ancora giovanissima anagraficamente – fu fondata nel 1965 da Lino Micciché e Bruno Torri – era già un luogo d’elezione per i cinefili (e i cineasti) più accaniti. Non a caso tra i suoi frequentatori più appassionati c’erano due persone che rispondono al nome di Bernardo Bertolucci e Jack Nicholson. Quest’ultimo, in un’intervista a ‘Repubblica’ del 2008, raccontava, infatti: “Abbiamo iniziato entrambi giovanissimi, due topi da festival, ci vedevamo a Pesaro”; mentre il primo, all’epoca, era uno dei grandi protagonisti di una stagione felice del cinema italiano, anche grazie all’amicizia e al sodalizio creativo con Gianni Amico, che fu anche consulente del festival.
Diretta, dal 2000, da Giovanni Spagnoletti, a distanza di 49 anni la Mostra di Pesaro ha mantenuto la sua identità di manifestazione votata alla scoperta, di piattaforma da cui giovani registi e nuovi linguaggi prendono lo slancio verso il grande pubblico. Di festival in cui si può rinunciare ai lustrini e ai tappeti rossi ma non alla ricerca, alla cultura, alla curiosità e alla sperimentazione. E, nonostante l’età, la Mostra non ha perso la freschezza di festival giovane che propone uno sguardo inedito – “nuovo”, come vuole il suo nome – sui film nazionali e internazionali, e che invita lo spettatore a un viaggio nel cinema di oggi, per (pre) vedere quello di domani.
In questo senso vanno infatti le due sezioni che, insieme al Concorso, sono l’anima della Mostra di quest’anno. L’Evento speciale dedicato al cinema italiano andrà infatti alla scoperta del vivacissimo panorama sperimentale nostrano che, nell’ultimo decennio – anche grazie all’avvento del digitale - ha trovato nuove forme di espressione e distribuzione.
Mentre il Cile sarà protagonista di un focus che porta per la prima volta in Italia il suo Nuovissimo cinema, una stagione cinematografica che negli ultimi anni si è dimostrata come una delle più innovative delle Americhe, esemplificata dalla personale di Sebastián Lelio.
La Mostra però è costretta a denunciare anche una situazione sempre più drammatica per la scena culturale italiana e per il festival in particolare. Già lo scorso anno il direttore artistico Giovanni Spagnoletti avvertiva sulle difficili condizioni nelle quali versava la Mostra, ma a un anno di distanza il suo auspicio per un’inversione di tendenza non si è realizzato, al contrario afferma: “Non è la prima volta che nella storia quasi cinquantennale della nostra manifestazione si deve denunziare la mancanza di risorse e la difficile (ad essere eufemistici) condizione economica della Mostra, specchio generale – lo sappiamo bene - del difficilissimo momento di crisi economica della società e della cultura italiana e in particolare quella del cinema”.
Ma se come è stato dimostrato di recente da una ricerca condotta dalla Macno insieme all’università IULM di Milano, i Festival italiani restituiscono sul territorio più di due volte e mezzo il denaro investito, allora il depauperamento di quest’anno delle risorse (nell’ordine di circa il 10% in meno) si traduce in una perdita ancora maggiore. Il direttore Spagnoletti così continua: “Siamo stati costretti a tagliare un intero giorno di proiezioni, ad eliminare una prevista sezione documentaria molto promettente, ad affrontare l’aumento (non piccolo) dei costi imposto dalla necessaria ristrutturazione tecnologiche per adeguarci agli attuali standard di proiezione e tutto ciò senza rinunciare all’alto livello di qualità che ci ha sempre contraddistinto e unanimemente riconosciuto. Lo diciamo con orgoglio ma anche nell’amara consapevolezza per quanto avremmo potuto fare ancora di meglio in altre condizioni finanziarie”.

PS. Il Pesaro Film Festival, è uno dei pochi (se non l'unico) che rende pubblico il budget a disposizione. Per il 2013, la somma è di 480mila euro, uno "zero" in più e sarebbe Venezia, mentre per arrivare a Roma il cammino è ancora lungo.

Esce "Scarti di magazzino". L'ultima raccolta di poesie di Ivan Pozzoni

«In queste poesie di Ivan Pozzoni, il “noi” è costantemente richiesto come l’ago di una bussola che punta ripetutamente verso i rifiuti speciali […] E tuttavia la questione ancora è aperta, se il loro linguaggio assume a dignità di materia est-etica e poetico-politica non la “morte dell’arte”, bensì la morte stessa dell’uomo e del cittadino in quanto animale rinchiuso nelle stalle della produttività delle identità “brand”, del loro consumo e del loro finire rifiuti pronti per le discariche del postmoderno depoliticizzante […] La poesia “politica” e la “politica” della poesia (che non sia consenso alla politica-potere di regime), in questa raccolta di Pozzoni, pur nella sua autonomia semiologica, esce dalle camere depoliticizzate dell’intimità lirico-vittimistica e sentimentale e si fa acidità linguistica» 
(Antonino Contiliano)
Ivan Pozzoni è nato a Monza nel 1976, si è laureato in diritto, e ha diffuso molti articoli dedicati a filosofi italiani dell’Ottocento e del Novecento, e diversi contributi su etica e teoria del diritto del mondo antico; collabora con numerose riviste italiane e internazionali. Tra 2007 e 2012 sono uscite varie sue raccolte di versi: Underground e Riserva Indiana, con A&B Editrice, Versi Introversi, Androgini, Mostri, Galata morente e Carmina non dant damen, con Limina Mentis, Lame da rasoi, con Joker e Il Guastatore, con CLEUP; tra 2009 e 2012 ha curato, con Limina Mentis, le antologie Retroguardie, Demokratika, Tutti tranne te!, Frammenti ossei, Labyrinthi I/II e la raccolta interattiva Triumvirati. È direttore culturale della Limina mentis Editore; è direttore de L’arrivista (Quaderni democratici); è direttore delle collane Esprit, Nidaba e Fuzzy. In un’azienda artigiana è amministrativo.

Scarti di magazzino
Ed. Limina Mentis - 2013 - euro 12.00

mercoledì 12 giugno 2013

Rino Villano, folksinger di strada. Se non sei bravo non vai sotto i ponti

Rino Villano “in concerto”: Grace in SandRoot Music And Folk Song – 11 giugno 2013, ore 10.30 – San Benedetto del Tronto, sotto il ponte della ferrovia, un giorno di mercato...


I musicisti di strada esperti e viaggiatori lo sanno bene, sotto i ponti la musica non sempre funziona. O sei bravo, e allora l'acustica “rinforzata” ti aiuta e ti valorizza (e ti rende), altrimenti mettiti a suonare a cielo aperto, sotto un albero se fa caldo, perché il ponte non perdona.
Rino Villano, quieto ragazzo milanese domiciliato stranamente in Ascoli, musicista per passione, questo lo sa. Quindi, prese le misure come un ingegnere del brutto sottopasso ferroviario che taglia il mercato in due, ci si mette proprio nel mezzo, lato sud. Rimbalzassero come gli pare le onde sonore, lui va sicuro. E piace. Chitarra acustica americana Martin accordata alla perfezione in digitale, pezzi tutti scritti parole e musica in bella calligrafia, piccolo e nero leggio di design regolato a un metro e quindici esatti dagli occhiali, microfono professionale nero opaco su asta pure nera, cassa amplificata minuscola ma fedelissima e, aperto longitudinalmente sul pavimento, il fodero dello strumento, pulitissimo e senza un graffio: le monete che ci piovono tintinnano accordate, disponendosi sul velluto verde in ordine da sole, metà testa metà croce...
Religiosamente root music and folk song, il repertorio. Da Dylan a Baez a Springsteen... ballate country “impegnate”, union songs piene di ideali, contro la guerra, che hanno accompagnato almeno due generazioni di lotte civili di massa, non solo d'America. Rino però è più un interprete-testimone, che “racconta” questi pezzi che tutti conosciamo con eleganza, senza rabbia, senza impeto, col suo timbro vocale educato e ben impostato, per niente rasposo strascicato esasperato. Non imita. Questi pezzi allora appaiono un po' nuovi, sembrano passati in lavatrice. Lui, jeans quasi stirati camicia standard e mocassini, stop. Capelli scuri ordinati e compatti, barbone curato impenetrabile come un cipresso. Mi ricorda il Paolo Pietrangeli degli anni '80-'90, in quel suo disco quasi da combattimento “Un animale per compagno”, la bella voce responsabile, incisiva, chiara, da resistenza...
A parte l'indubbia bravura, Rino “funziona” (lo ammette lui stesso che questa piazza gli è abbastanza redditizia, sic!) anche per questo suo aspetto più rassicurante che rivoluzionario, da bravo figlio, da studioso ragazzo. Sembrerebbe addirittura “neutrale”, se sulla sua chitarra non riportasse l'etichetta “This machine kills fascists”. Per fortuna. Anche lui, almeno dentro, è come il turbolento Woody Guthrie, che settant'anni fa cantava l'esistenza disperata e poverissima di una generazione emarginata e tradita. Anche Rino lo fa, a modo suo. I tempi sono cambiati, all'apparenza. Siamo noi che procediamo a rovescio: invece di finirci la pazienza, ci siamo finiti il tempo. In giro, non c'è più neanche humour...

Pier Giorgio Camaioni


sabato 8 giugno 2013

Addio a Esther Williams, la sirena di Hollywood

Anche le sirene muoiono... è sì la bellissima Esther Williams, diva anfibia degli anni '40 e '50, si è spenta giovedì scorso a 91 anni.
Regina incontrastata del musical acquatico per almeno un decennio, i maligni scrissero che fosse una diva solo se bagnata, ma diversi suoi film furono campioni di incassi: da citare nel '44, Bellezze al bagno di George Sidney col comico Red Skelton. Il successo raddoppiò nel '49 con Facciamo il tifo insieme di Berkeley (un ruolo meno "nuotato") con due giocatori di baseball che se la contendono, Sinatra e Gene Kelly. E ancora dalla Figlia di Nettuno alla Ninfa degli Antipodi, Fatta per amare, Nebbia sulla Manica, Annibale e la vestale con Howard Keel: quasi sempre la stessa storia, resa irresistibile dalle meravigliose geometrie umane di gambe e volti, tuffi da 30 metri d'altezza, zampilli e giochi d'acqua, in cui la Williams appariva sempre super sorridente, diventando una delle più celebri pin-up durante e dopo la Seconda guerra mondiale. Ma era lo sport la vera vocazione di un'atleta che ha sempre dichiarato di non saper recitare e che quasi svenne al primo provino fra le braccia di Clark Gable. Se non fosse scoppiata la guerra sarebbe stata olimpionica nel '40 a Helsinky, dopo essere stata campionessa in USA. 
Ora la fantasia corre alle sue stupefacenti coreografie, leggere... in un altro azzurro.


Manuela Angelini

martedì 4 giugno 2013

Presentazione del libro ”Handicap e Società : genesi e morfologia di un embricamento” di Giovanni Vagnarelli. Venerdì 7 giugno. Ore 17.00, Biblioteca comunale San Benedetto del Tronto

In questo libro Giovanni Vagnarelli rilegge molte pagine di storia e di ideologia alla luce della differenza fra normalità/normatività fisica e handi-cap, fra normodotati e svantaggiati, pone, in ultima istanza, il problema della differenza dell'handicap, al di là della discriminazione, fra specificità e integrazione, in termini che ricordano analoghi dibattiti novecenteschi sulla differenza di genere e di razza, più in generale sull'omologazione democra-tica e la società dei consumi. [...] Si ripropone qui, in decisa estraneità a ogni vittimismo, il dilemma di ogni democrazia a proposito delle differenze, solo che nel nostro caso ciò avviene in modo più radicale, senza mediazioni, ancor più che nello scenario coloniale evocato da Frantz Fanon, perché è in gioco direttamente l'accidentalità psicofisica, lo scarto genetico dalla norma che viene riassorbito soltanto nella partecipazione al consumo supplementato dal moralismo edificante. La costruzione di un'identità accettabile degli handicappati è subordinata alla loro capacità (parziale) di costruirla con gli strumenti istituzionali, culturali e sociali già esistenti, rinunciando a mettere in discussione la norma della kalokagathía - e ricordiamo che ogni norma è un dispositivo di norma-lizzazione. La composizione sociale dell'irriducibilmente anarchica individualità è affidata, in democrazia, alla funzionalità economica, in sostanza all'omolo-gazione nel consumo.

Intervengono:
avv. Tommaso M. Egidi, moderatore
dott. Alceo Lucidi, relatore
dott. Alberto Cutini, sociologo ed assistente sociale presso
 l'Area Vasta 4.