mercoledì 13 febbraio 2019

STUDIATE!

[Ferrovia Adriatica: barriere antirumore à la carte?]


        I treni fanno rumore, bella scoperta. Ma se i treni dobbiamo tenerceli, non resta che intervenire sul frastuono che provocano. Tema vecchissimo e ciclico, che ri-appassiona le genti della ferrovia, le fa tornare cittadini-cittadini, non solo dormienti, non solo votanti

        Ariecco così le barriere antirumore, da sempre spacciate come unica soluzione: sorta di invalicabile (doppio) muro di Berlino o - la scelta è ampia - muro messican-trumpiano, muro Marocco-Sahara Occ. , o tanti altri. 

Altezza tot metri, qualche finestra fissa da cui nessuno mai saffaccerà, e meno male senza filo spinato. Oscene come quelle dellautostrada qua vicino, muraglia industriale plastico-metallica-continua che incarcera boschi case e animali senza attenuare un bel niente, chiedere per credere: anzi, per sapere quando è sorto o tramontato il sole, devono andare su Meteo.it. 

        Un affare gigantesco e indisturbato questo delle barriere, tanto che, saturatosi ormai il mercato autostradale, si passa con disinvoltura al ferroviario. Lo dice la Legge, e le Ferrovie sono ligie e ubbidienti, e buone

        Ma cè chi le barriere le vuole e chi no, tutti con lecite motivazioni: fioriscono contrapposti comitati che si guardano in cagnesco. Parlano, gridano, chiedono, pretendono, si raccomandano, combattono, raccolgono firme, tirano per la giacca i politici amici, fanno conferenze stampa nei bar 

Fermenti tanto scontati quanto inutili, giacchè - piatto ricco mi ci ficco - è sicuro che barriere saranno: brutte, invasive, alte-altissime-costose-costosissime che, a fronte di qualche decibel in meno - quando va bene, e per caso - angosceranno chi ci abita vicino, aggiungendo brutto al brutto, deserto a deserto, tristezza a tristezza.

       Certo che dobbiamo combatterli, i rumori. 

       Ma lAcustica che li governa non è unopinione bensì una disciplina complessa e misteriosa, quasi una scienza, le cui regole e applicazioni vanno studiate e sperimentate caso per caso.

E  lAcustica dice che i rumori ferroviari sono tra i più complicati e capricciosi: rimbalzano come una palla da rugby, si riflettono si sommano si trasformano e si amplificano, per effetto del contorno ambientale; talvolta si attenuano senza un perché. Soprattutto viaggiano! Possono fermarli le barriere?... 

       Potevamo e dovevamo provvedere per tempo ad abbassare questi rumori alla fonte: per esempio adottando materiali cosiddetti morbidi per ruote e rotaie; costruendo massicciate misto-pietrose fonoassorbenti; ripensando il profilo dei binari per diminuire le occasioni di attrito/rumore; ringiovanendo un po i nostri treni (che a guardarli e a sentirne il feroce lamento di ferraglia morente ti pare di tornare all800)  

Lavessimo fatto, non ci troveremmo adesso nellurgenza di acquistare dal fornitore di (s)fiducia milioni di salvifiche (mavalà!) barriere-per-tutte-le-stagioni, alte-basse-vetrate-colorate, da mettere magari dove e come vuole il popolo dei comitation demand, à la carte 

    Le barriere. LAcustica, tra laltro, ci dice che: 

-  più alte di 4 metri non servono, specie se distanti dal binario oltre 3 metri: questione di traiettorie dei raggi sonori; 

-  per assorbire le onde e non farle rimbalzare non dovrebbero mai essere metalliche ma preferibilmente di legno (tavole non dure, incrociate), e spesse e imbottite e porose e mimetiche , non come quelle esili delle Ferrovie; 

-  la loro sezione dovrebbe essere curva, per trattenere i rumori in basso, che se scappano in alto non li prendi più. 

-  

        Ma le variabili sono tante, la barriera standard non esiste, la barriera è come un vestito da cucire su misura. Certi matti che studiano, poi, pensano che invece di rizzare dappertutto barriere dalla dubbia utilità, forse basterebbero delle minigonne tecniche applicate direttamente alla base dei vagoni fino a sfiorare i binari, per far “correre anche i rumori, ma chiusi sotto il treno. Altri ancora più matti immaginano una gigantesca simil-spugna (tutta da inventare) tra il pavimento dei vagoni e i binari, che con i rumori si comporterebbe come una spugna con lacqua ma non servirebbe strizzarla in stazione

        Insomma, cari comitati del sì e del no alle barriere, studiate meglio la faccenda: poi contrastateli con validi argomenti, i politici e le Ferrovie. A quelli inutile dirgli di studiare: gli basta lignoranza, per decidere per il peggio.


PGC - 12 febbraio 2019



sabato 19 gennaio 2019

EVVIVA IL TERREMOTO

        Ascoli Piceno 15 gennaio 19, sindaco Castelli: Se riusciremo a dimostrare il rapporto causa-effetto, con i fondi del sisma sistemeremo la Curva Sud dello Stadio Del Duca: con 5 milioni si potrebbe rifare anche la copertura della Tribuna Ovest. E farò appello al Commissario per ottenere fondi del sisma anche per le chiese comunali, quelle della diocesi li hanno già avuti(sic)

        La notizia, raccolta con soddisfazione dai sudditi e diffusa dalla stampa ai quattro venti, ha fatto - come si dice - il giro del mondo. Senza un soprassalto di sdegno, un battito di ciglia, una timida obiezione, unombra di perplessità, un fremito di vergogna. 

Nessuno - giornali (e figurati), comuni cittadini, chiesa, enti, istituzioni, circoli, associazioni, bocciofile - che abbia obiettato (con garbo ma anche no) su questa intenzione scellerata di dilapidare i fondi stanziati per il terremoto, già cronicamente insufficienti, sfilandoli con destrezza a chi ne ha vitale necessità e urgenza. 

        Ascoli per sua fortuna è stata solo sfiorata: scosse tante, ma danni relativamente pochi da un sisma che nella montagna vicina ha cancellato paesi e comunità; tragedia della quale ciò che resta è ancora colpevolmente affogato nelle macerie; abitanti divenuti profughi erranti o sardine in scatola, in lager di casette tardive e pericolose, inospitali e malsane (eppur pagate come ville perché non sia mai che in Italia non si lucri sulle disgrazie).

        Ma certo Castelli per mestiere deve curarsi della sua Ascoli, e abbellirla, migliorarla: quindi perché non sventolare scale Richter per rastrellare agilmente denari e denari da buttarci su? 

        Ed essendo fuor di dubbio che lo stadio (in manutenzione perenne) ha vibrato per il terremoto - e proprio la Curva Sud e il tetto della Tribuna Ovest, pensa tu -  così come è certo che le chiese comunali si sono crepate spaventando i santi, ora basterà solo dimostrare il rapporto causa-effetto e giù milioni a cascata per gli interventi indispensabili irrinunciabili urgenti al grido di dio-lo-vuole e il-calcio-lo-vuole. Tutto secondo le regole, si capisce.

        Poi ad Ascoli, dove lelettorato C.& C. (Calcio & Cattolici) ha la maggioranza, si vota. E quale migliore Campagna Elettorale, che rifare lo Stadio e qualche chiesa? Meglio ancora se con furba enfasi mediatica. 
Evviva il terremoto.


PGC -  18 gennaio 2019



domenica 23 dicembre 2018

CHRISTO, che scuola!

[ Anche Grottammare ha il suo Reichstag impacchettato, ma non da Christo ]


        È stato inutile sperare di metterci poco tempo, o il tempo giusto, per rifare il tetto alla Scuola Elementare Speranza (nomen omen).

        Vederla a Natale ancora tutta impacchettata per lavori in corso fa un certo effetto. 

Ma non è un pacco-regalo, è proprio un pacco-pacco. Il nuovo tetto di legno non è stato ancora montato, i lavori continuano a rilento - quando non sono addirittura fermi - e gli alunni continuano a fare i profughi di qua e di là, i genitori quasi se li perdono. [Ma non fiatano]. 

In compenso il Comune spande ai 4 venti saccenti veline e tutto-è-a-posto, tutto-è-in-ordine, tutto-è-sotto-controllo, e ridicolizza e bastona chi osa appena contraddirlo. Un Comune virtuoso così fa. Voi non capite, voi non sapete, voi non studiate, voi non lavorate, voi non vi documentate, voi come vi permettete. Giù sberle. Occristo!

        Era davvero meglio affidarsi a Christo. A parte il tetto di legno - si sarebbe sapientemente occupato anche di quello - lavrebbe certo impacchettata meglio la nostra scuola, con tessuto argentato come il Reichstag di Berlino, cui limpacchettata Speranza [tedesco Hoffnung] somiglia in modo impressionante. Un figurone per Natale, altro che presepe vivente.

        E come in tutte le sue opere dadaiste, Christo Yavachev avrebbe rispettato al minuto i tempi di consegna. 

        Christo non fallisce.


PGC - 22 dicembre 2018


lunedì 17 dicembre 2018

"Mozzacchio" ®

Da Spelacchio a Mozzacchio: la triste sorte degli Alberi di Natale


     Può un nostro giovane albero finir peggio di uno di quegli abeti rossi della Val di Fiemme stroncati a migliaia dal vento elefante? (per dirla con Paolo Conte)

     Cerrrto che può, se capita nelle grinfie di Babbo Natale a San Benedetto.

     Non solo il tronco mozzato malamente. Ma pure brutalizzato con cunei battuti a martellate per tenerlo in piedi morto, impalato in piazza su un cubo di cemento, con le lucine cinesi - più tristi di quelle del cimitero - buttate a casaccio fra i rami. 

     Lhanno subito chiamato Mozzacchio ®. Gli piangono accanto i salici-piangenti scelleratamente segati a novembre
       
     Un posto allegro, Piazza Matteotti.

     Nessuno si meraviglierà se la giostrona finto-ottocento che per tre mesi (!) ci delizierà a pagamento, vorrà ogni tanto intonare una marcia funebre.


PGC - 16 dicembre 2018 


giovedì 22 novembre 2018

“Non ci resta che piangere”

Siamo nel duemiladiciottoquasiduemiladiciannove e non nel millequattrocentoquasimillecinquecento, e San Benedetto non è Frittole.

Eppure non ci resta che piangere, alla vista dei salici piangenti appena giustiziati sulla pubblica piazza davanti alla chiesa.

      Del più grande e bello - che ha sempre pianto, come da contratto, e pure con convinzione - i cui lunghi rami con foglie a punta verdi o gialle si curvavano fino a terra e i bambini ci giocavano a nascondino, ora resta solo un moncone di tronco (circa 70 cm. di circonferenza) ancora umido di lacrime. 

Dice il medico del Comune che non è certo Leonardo da Vinci che soffriva di malattia incurabile (mah). Come pure gli altri, di cui non allego le foto per non inumidire ancor di più gli occhi.

        Sembra quasi di vedere lì intorno lugubri figuri in mantello nero a cavallo: ma in questa città cannibale cè davvero una fatwa che stermina gli alberi a velocità elettrodomestica. Non solo i pini, vittime favorite di questa ed altre amministrazioni di scellerata incurabile miopia. Adesso pure i salici piangenti. E non siamo nel 1492, dicevo.

        In questa parte di città cerano solo quei salici piangenti che, pur se solitari e piantati lì per caso, per ignoranza, per moda, ingentilivano un po lorrido paesaggio urbano, lo squallore  di un quartiere disfatto, trafitto dalla fredda luce di giganti chiodi metallizzati e storti (erano i soli che ridevano mentre con fascistica rapidità segavano i salici piangenti). 

        In questo vuoto intersociale che è San Benedetto sembra prevalga un cupio dissolvi, un desiderio di rovina che esala soprattutto, come un vapore mefitico, da ridicole assemblee di uomini inutili, insieme alla lurida ansia di demolire anche i ricordi [Ballarin], al gusto di vincere nellignoranza, alla prepotenza di affilar coltelli - e seghe - in continue devastanti prove muscolari.

        Oggi il risultato è che non abbiamo più i nostri bei salici piangenti. Ma nella chiesa di San Giuseppe lì presso, immutati incalzeranno funerali comunioni cresime e matrimoni, e nessuno tra genuflessioni e meaculpa e litanie verserà una lacrima per quei salici uccisi.

        Dunque, con gli occhi impastati di cemento e traffico*, davvero non ci resta che piangere. Malgrado Benigni e Troisi.

(*E. Jannacci)

PGC - 22 novembre 2018 


martedì 20 novembre 2018

Sicurezza un corno!

       Dalla stampa locale: Il Comune di Ripatransone, in quanto aggiudicatario del Bando di Sicurezza del Ministero dellInterno (a firma Minniti!) per linstallazione di telecamere di videosorveglianza, riceverà 50.000 euro con la compartecipazione del 30%. Non è chiaro se il Comune spenderà il 30% di 50.000 erogati dallo Stato - dunque solo 15.000 dei suoi - o se 50.000 è la compartecipazione statale per il 30% della spesa totale, che sarebbe ben diverso Ho chiesto in giro, anche agli addetti ai lavori, il dubbio resta.

Comunque sia: sindaco Lucciarini esulta. “…Chiaro segnale della direzione positiva che sta assumendo la nostra azione di governo della città (sic) per assorbire le esigenze in essere (sic) telecamere di sorveglianza strumento strategico per la tutela del bisogno di sicurezza espresso dalla nostra comunità (sic)…”

 Sindaco, ma come parli, cosè questo linguaggio da verbale di Questura?... Ma soprattutto: davvero pensi che Ripa - Ripa! - debba  contrastare fenomeni di criminalità diffusa? (la condizione, appunto, per avere la regalia di 50.000 euro). 

       Qui non ci sono bande armate scorrazzanti per il paese, non ci sono sparatorie, inseguimenti, rapine, scippi, non si vende droga al bar o in chiesa, niente assalti a banche e diligenze, spaccate alle goiellerie, rapimenti di suore, roghi di pullman Abbiamo al massimo i soliti maruoli, che non mancano mai. Più qualche cinghiale dai modi poco urbani, ma già gli sparano  

Sembrano, dico sembrano, inoperosi gli stessi Carabinieri della locale Stazione - a  parte le quasi amichevoli palettate per controlli in Valtesino - e se gli telefoni per unurgenza risponde San Benedetto, campa cavallo.

       Insomma: non siamo in emergenza, non siamo allo Stato di Polizia, Ripa non è Chicago anni 20 né Roma/San Lorenzo né Napoli dei Quartieri Spagnoli 

È assurdo, oltre che irresponsabile ed eticamente riprovevole, allarmare i cittadini con lossessione della Sicurezza, cavalcata a manetta e strumentalmente - come vediamo ogni giorno - da certi governanti in odore di fascismo.

       E poi: non è che siamo arretrati, qui a Ripa, qualche telecamera cè già, ci sono quelle delle Banche, della Posta e non pare che stiano continuamente a sbobinare i tremolanti filmati per scoprire chissà chi.

       Le Sicurezze di cui i Ripani hanno necessità sono di altro genere e di ben più pratico livello. Per esempio, le strisce bianche (o gialle) sulle strade per combattere la nebbia che qui cè sempre. Costano poco (difficile far la cresta), sono facili da disegnare. È stato detto chiesto e scritto più volte, allex sindaco, allex Presidente della Provincia (che è pure di Ripa). Neanche una risposta. Maleducati. 

       Così arriva un altro inverno e stiamo peggio di prima per colpa di chi amministra: che dovrebbe con coraggio rifiutare quei 50.000 da dilapidare in telecamere inutili, regalati da uno Stato che gioca sulle psicosi collettive e sulla supina accettazione da parte dei poteri locali di una politica tanto muscolare quanto inefficace; e dovrebbe invece saggiamente spenderne almeno 15.000 in vernice (li spenderebbe comunque, se non di più, in telecamere) per evitare disagi, pericoli e qualche incidente ai suoi sudditi.


 PGC - 20 novembre 2018 


mercoledì 31 ottobre 2018

È tutto in regola

Grottammare, San Martino, gli animali


       Gli anni passano, a Grottammare cambiano - si fa per dire - le amministrazioni, ma le teste (di legno) rimangono le stesse, uguale la cultura che ne guida le scelte.

       Così quel Regolamento Comunale per la tutela e il benessere degli animali con cui anni fa Grottammare recepiva tardivamente - dopo aver a lungo disatteso l'obbligo - la L.R.Marche n.10/97, conserva invariato il carattere di ciò che nasce per forza e non per convinto moto di civiltà.

       Lacunoso e molto al di sotto della sufficienza, esso non contempla il pur richiesto divieto (in molti Comuni italiani già da tempo in vigore ) di esporre e vendere animali daffezione nonché uccelli, pesci ecc. nei mercati locali (alcuni dei quali - San Martino, San Paterniano - si protraggono per almeno due giorni, in passato anche tre). E neppure prevede uno straccio di limite orario allesposizione/vendita di animali negli stand, minimo sindacale di rispetto per la dignità e i caratteri etologici delle inermi creature.  

[A dispetto di ciò, e con sprezzo della decenza, il Comune continua a definirisi animal friendly].

       Dunque la barbarie continua. Nellanno domini 2018, per limminente Fiera di San Martino saranno cinque gli stand che esporranno/venderanno animali vivi. E non per un giorno né per qualche ora, ma per due giorni (10 e 11 novembre), dalla mattina fino alla sera, in condizioni di notevole stress. Basterebbe questo al configurarsi del reato di maltrattamento di animali per la L.109/2004

       I normali controlli di routine - il trucco con cui da sempre gli amministratori credono di giustificare questa scelta di inciviltà - nulla toglieranno (questanno come gli altri) al martirio di animali esposti in gabbie per più giorni, sottoposti al forte stress della confusione, del viaggio, delle condizioni climatiche; flagellati dai rumori, frastornati dalla folla vociante, sofferenti per limpossibilità di sgambare, provati dalle lunghissime ore di stabulazione, dalle condizioni del trasporto, dallalterato ritmo di sonno/veglia

     Sotto la bandiera di tradizione e cultura asservite a logiche bottegaie, i decisori resistono tenacemente alle trasformazioni dell'etica, della sensibilità comune, alle stesse certezze scientifiche: a tutto ciò che, indicando gli animali come esseri senzienti dotati di vita emotiva e psichica, ne condanna lo sfruttamento a fini di lucro, divertimento, spettacolo, e la violenza su di essi esercitata in qualsiasi forma. Assorta nellestatica contemplazione di sé, questamministrazione come le precedenti resta impermeabile al principio che gli animali non sono merce da trascinare per fiere e mercati a beneficio di portafogli privati e casse pubbliche.

     Ma, come da copione, È tutto in regola! griderà dalle stanze dei bottoni, incurante del messaggio diseducativo e antietico di cui si fa portatrice. È tutto in regola! le farà eco la stampa-da-riporto spargendo turibolate dincenso su questi eredi dellEtà dei Lumi, e come ogni anno intonerà alto il peana per la grandiosa fiera che mobilita folle oceaniche e che tutto il mondo, va da sé, ci invidia.

       Gli animali hanno propri diritti e dignità come te stesso. È un ammonimento che suona quasi sovversivo. Facciamoci allora sovversivi: contro ignoranza, indifferenza, crudeltà.  (Marguerite Yourcenar)


Sara Di Giuseppe - 28 ottobre 2018


sabato 13 ottobre 2018

Omertà

Vino Verdicchio contraffatto. Dicono il peccato ma non il peccatore.
 
 
      La guardo con sospetto, la mia bella dama di Verdicchio DOC dei Castelli di Jesi comprata ieri al supermercato, facesse mai parte di quel lotto incriminato.
     “Operazione Falsicchio” l’hanno chiamata, ma come se l’inventano certi nomi? 15.000 litri - 3.000 “dame” - di Verdicchio DOC fasullo, dopo i ben 150.000 litri di maggio, sequestrati in un’azienda vinicola del Piceno” (di Monteprandone, forse) dalla Guardia di Finanza, dall’Ispettorato Centrale Tutela e Qualità per la repressione delle frodi alimentari, e mi pare pure dai Carabinieri, insomma gente tosta in divisa.
        La sto osservando, ma lei non si muove e non parla, sembra una dama seria… Sono indeciso se fare io la prima mossa, bere un goccio del suo Verdicchio, vedere se muoio…
       Domani per star tranquillo vorrei riportarla al supermercato (in zona Monteprandone, pensa tu), farmi restituire i soldi. Ma non posso: nel diluvio di paginate dei quotidiani che da giorni raccontano il fattaccio non si fanno nomi, né della cantina né del commerciante né del supermercato (un’importante catena di supermercati, sembra). Bocche - tastiere - cucite col fil di ferro. Eppure il reato è chiaro, c’è l’arma del delitto. Nessuno sente il dovere di completare l’informazione. Anche per rispetto e a tutela dei consumatori. Di cosa hanno paura?
       Strana anche l’omertà degli operatori del settore: ristoranti e pizzerie, commercianti di vini, cantine del territorio, supermercati, pizzicagnoli… La faccenda non li danneggia? Si sentono in una botte-di-vino di ferro? Sono sereni? Giurerebbero sull’onestà delle loro dame verdicchie?
       Non è strano invece il pesante silenzio dei giornalisti. E questa è un’altra storia.
 


PGC - 12 ottobre 2018




domenica 2 settembre 2018

SAVE THE CABS di Andrea Rutigliano

[Riceviamo e pubblichiamo volentieri questa ricognizione nel campo dell'animalismo e le sue contraddizioni. Una riflessione critica fatta dall'interno, che non può che giovare per un miglior rapporto tra tutte le organizzazioni e associazioni che si battono per la difesa degli animali, il cui principale compito resta quello di combattere tutti assieme il fenomeno del bracconaggio].

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SAVE THE CABS

DON GIOVANNI 
(piano a Donn’Elvira) 
Zitto, zitto, ché la gente 
Si raduna a noi d’intorno. 
Siate un poco più prudente, 
Vi farete criticar

ELVIRA 
(forte a Don Giovanni) 
Non sperarlo, o scellerato: 
Ho perduto la prudenza. 
Le tue colpe ed il mio stato 
Voglio a tutti palesar 


Per chi è dentro il mondo associativo saranno senz'altro saltate all'occhio due regoline mai espresse alla luce del sole, ma che ritornano spesso. La prima è che in pubblico ogni associazione fa tabù di menzionare anche solo per sbaglio l'esistenza di un'altra associazione sorella che faccia cose simili. Sembra si dica "I miei sostenitori non devono sapere che esiste un'altra associazione che fa le cose che faccio io. Non fosse mai che poi l'altra piace di più di me". La seconda regola è che ogni dispetto, sgambetto o torto che un'associazione fa alla consorella, non deve emergere pubblicamente, "perché sennò si avvantaggia il nemico". Insomma, prendila in quel posto e taci, per amore della causa. O se sei forte abbastanza mi restituisci la fregatura appena puoi. 
Quelli del CABS, per un caso di deviazione genetica, non sono soliti seguire queste regole. Se la RSPB a Cipro mette le fototrappole e in un mesetto di attività prende 16 bracconieri, il CABS lo rende pubblico a chi li segue con interesse. Perché è un'informazione interessante e un ottimo lavoro. Se la LAC fa con il CABS un campo a Ponza, viene scritto che il campo è LAC con l'aiuto del CABS. Se le guardie WWF fanno un campo a Ischia e il CABS li cofinanza, si scrive che loro lo fanno e il CABS li cofinanzia. A quelli di questa strana associazione piace seguire la desueta regola che "a Dio quel che di Dio e a Cesare quel che di Cesare". Senza paura di perdere la propria identità e con un occhio di riguardo verso quella cosa chiamata etica. 
Ora però - visto che sono un po' troppo soli in questo esercizio di onestà - varrebbe la pena violare anche la seconda regola e una volta tanto raccontare qualche dettaglio di come si comportano alcune altre associazioni, preoccupate probabilmente di non esistere per davvero e che un giorno lo specchio possa restituirgli un'immagine vuota. 
Iniziamo dall'estero con la RSPB (Royal Society for the Protection of Birds) che a marzo pubblica un comunicato stampa urbi et orbi in cui scrive che nella base britannica cipriota il trappolaggio è calato del 78% e che questo declino è il risultato dello sforzo dell'Investigation Team della RSPB!! Wow, che faccia tosta, viene da dire. Vale la pena spiegare il perché. 
Dunque... due di loro vanno a Cipro per due autunni di fila circa un mesetto a volta, piazzano dieci fototrappole, il primo anno beccano una ventina di bracconieri (di 400 totali), il secondo anno due soli perché ormai questi hanno capito il sistema e gli fottono le fototrappole e... il gioco è fatto? Hanno ridotto il trappolaggio del 78%? Vittoria? Un sociologo avrebbe un grosso punto interrogativo in testa, penserebbe: che mosci sono 'sti bracconieri ciprioti... 
Magari il quadro è un po' più chiaro se ci aggiungiamo che il CABS nel frattempo con i suoi volontari fa 150 giorni di campo ogni anno focalizzati nella base britannica, ogni notte da mezzanotte all'alba è sul terreno, a piedi e in auto, rimuove 270 reti in 48 ore di fuoco e 586 in un anno, toglie decine e decine di richiami (106 in un anno), obbliga la polizia britannica ad uscire almeno 3 volte a notte, vengono inseguiti dai bracchi ogni volta che uscono eppure ogni notte ritornano, tolgono o fanno sequestrare continuamente reti, senza dare tregua a nessuno. Quelli speronano e distruggono l'auto in corsa del CABS, ma i volontari tornano la notte dopo. Insomma, obbligano polizia e bracchi a stare all'erta ogni notte che dio manda in terra. Nel 2017 la polizia britannica investiga 92 casi di bracconaggio su segnalazione del CABS, 2 su segnalazione della RSPB e 0 su segnalazione di BirdLife Cyprus! Chi è che sta facendo la differenza, se proprio dobbiamo guardare agli attori? Che ne dite, si spiega un po' meglio questo calo del 78%? 

Ma guardiamo un po' più vicino a noi, per esempio alla strategia della LIPU in Italia. Nella primavera 2017 sullo stretto di Messina Giovanni Malara corona un colpo a cui sta lavorando da mesi, filmando con fototrappole e poi riprendendo da una valle all'altra un cacciatore che spara sui falchi pecchiaioli. Grazie al suo filmato tre persone sono denunciate e arrestate. Alla sera i forestali festeggiano con i volontari CABS, fra pacche sulle spalle, spumante e pasticcini, il bel colpo che ha eliminato tre delinquenti. Pochi giorni dopo si unisce alle celebrazioni anche la LIPU, un po' a modo suo, per esempio scrivendo: "...dal 23 aprile al 7 maggio 11 volontari della Lipu, divisi in due turni settimanali, si sono alternati per sorvegliare il passaggio migratorio e prevenire atti di bracconaggio, purtroppo ancora molto frequenti [...] Il campo ha ottenuto risultati importanti soprattutto con l’arresto, da parte dei Carabinieri Forestali, di tre bracconieri, sorpresi a sparare ai falchi utilizzando armi con matricole abrase [...] “Un bilancio positivo – segnala Fulvio Mamone Capria, presidente Lipu che ha partecipato alle operazioni del campo – scaturito da un’ottima collaborazione con i Carabinieri Forestali, che sono riusciti ad arrestare alcuni bracconieri." Nonostante gli omissis il senso è chiaramente questo: la LIPU ha fatto il campo, ha collaborato con i forestali e per l'ottima collaborazione sono stati denunciati tre personaggi. Sì, peccato che l'ottima collaborazione era quella col CABS, accuratamente non menzionato né su Facebook, né nel comunicato stampa. "Brava LIPU!!" - si spellano le mani i suoi followers per qualcosa che non ha fatto, ma fa credere in tralice di aver fatto. Bravi davvero, ma a giocare con le parole, puntualizzeremmo noi. 
In dieci anni di vita fra le associazioni per la tutela degli uccelli ne abbiamo tanti altri di questi aneddoti, dalla Francia alla Spagna, dal Manzanarre al Reno; ma vale la pena soffermarsi sull'ultimo più recente capitolo di questa eterna storia di sgambetti. 

Nel giugno 2016 l'ISPRA e il Ministero dell'Ambiente invitano le associazioni ambientaliste e (ahinoi) le venatorie a stilare partecipativamente un documento sullo stato del bracconaggio e dell'antibracconaggio in Italia. Tutti contribuiscono con dati, idee, informazioni. Sono giorni entusiastici in cui ci si scambia mail e telefonate perché finalmente lo Stato si è accorto di tutto il lavoro spontaneo che abbiamo fatto finora, creando di fatto un coordinamento nazionale, che ora ISPRA e Ministero vogliono ufficializzare. Dall'altra parte del tavolo, seduti sugli spilli stanno i cacciatori, continuamente al telefono a mandarsi messaggi preocupati: "vogliono inasprire le pene", "vogliono attaccare le nostre cacce", "niente più richiami acustici". Gli ipocriti sanno bene che vivono nella illegalità. 
Il piano di azione viene stilato, vengono identificati i punti caldi del bracconaggio (i blackspots), lo si approva, passa anche per le forche caudine della Conferenza Stato Regioni (che lo annacqua un po' ovviamente, visto che in Regione ci sono i cacciatori) e si passa a renderlo esecutivo. Il Ministero a questo punto nomina tre associazioni a caso, Legambiente, Lipu e WWF per rappresentare tutto il mondo ambientalista. A caso perché in materia di bracconaggio non sono quelle più specializzate, anzi. Legambiente è attiva solo con un piccolo nucleo a Brescia, ma per il resto non se ne occupa affatto, la LIPU ormai fa due campi, brutti doppioni di quelli CABS, nei blackspots Sardegna e sullo Stretto, senza però alcun risultato di rilievo. Sul WWF invece il Ministero ci azzecca perché il loro nucleo guardie è effettivamente attivo e preparato. 
E ora inizia il bello. Cosa fanno le associazioni? Riconoscono che un buon contributo può darlo anche il CABS, che è costantemente attivo su 4 blackspots di 7 e che ha fatto dell'antibracconaggio la sua specialità, o la LAC, che da sempre collabora ottimamente con i forestali su Ponza e a Brescia, o l'ENPA, le cui guardie hanno dato l'anima nella lotta contro le vasche della camorra a Caserta, oltre che a Napoli, Salerno e Vicenza? Ma figurarsi! 
Le tre associazioni prendono e scappano col pallone. E scappano a giocare lontano a porte chiuse perché per più di un anno quello che era nato come processo partecipativo scompare dai radar e nessuno sa più niente, né di quello che il "rappresentante degli ambientalisti" (scelto in seduta segreta dalle tre) dice o discute nei tavoli col ministero, né dell'avanzamento dei lavori, né dei documenti che vengono prodotti. 

A giugno 2018 finalmente trapelano (rigorosamente non dal rappresentante ambientalista) alcune indiscrezioni. Viene pubblicato sul sito del ministero il primo rapporto ufficiale antibracconaggio relativo al 2017 e qui nel capitolo sulle attività svolte dalle associazioni ambientaliste - sorpresa, sorpresa!! - indovinate di quali attività si parla? 
Opzione uno: delle attività di tutte le associazioni. Opzione due: di nessuna attività di nessuna associazione. Opzione tre: delle attività di tre associazioni (ad esempio LIPU, Legambiente e WWF) 
Se avete scommesso sull'opzione tre, avete indovinato. Del lavoro fatto per esempio dal CABS nessuna menzione. Niente dei 4 arresti e 30 denunce in Calabria ottenute nel 2017, né delle 21 già realizzate nel 2018. Niente dell'operazione free wildlife che ha portato all'arresto ai domiciliari di 8 bracconieri, partita dal lavoro di ricerca del CABS e svolto in cooperazione con i suoi volontari. Niente del lavoro di scouting in Sardegna che solo a febbraio ha portato a 6 denunce per uccellagione e ricettazione con il sequestro di 200 animali morti e di 220 reti da uccellagione tese. Niente di Brescia dove durante l'operazione pettirosso 2017 il CABS ha contribuito con 48 casi, dei 116 prodotti dai forestali di Roma, oltre a quelli realizzati autonomamente grazie all'uso delle fototrappole e consegnati ai nuclei locali. Niente dei fucili che l'associazione ha contribuito a trovare a Palmarola o delle 2 denunce ai trappolatori realizzate a Ischia. Niente ovviamente neanche del lavoro di ENPA e LAC. Semplicemente nessun altra associazione esiste nel documento ufficiale del Ministero che si occupa di lotta al bracconaggio e redatto da ISPRA sulla base delle informazioni che il "rappresentante ambientalista" LIPU doveva produrre. 

Vi girano un pochino...? Se ancora no, allora aspettate che ci mettiamo il pezzo da novanta. 
Ora bisogna fare i COLPA, brutto acronimo per i COordinamenti Locali Permanenti Antibracconaggio, ovvero dei coordinamenti di tutte le forze dell'ordine e volontari che operano in un blackspot: quando si fa, chi lo fa, "dai, ottimizziamo le risorse", "vai tu a prendere il bracco lassù, mentre noi ci facciamo il cardellaro laggiù", che modus operandi usare, ecc.. ecc. Una figata il COLPA! La logica vorrebbe che a rappresentare gli ambientalisti locali sia colui che fa antibracconaggio su quel territorio, magari da tempo e possibilmente con risultati apprezzabili. 
Magari che venga scelto dal gruppo di volontari che già operano su quel territorio. Peccato che spesso queste figure siano del CABS, LAC o ENPA. E quindi? 
Anche qui è tutto "COLPA loro". Legambiente, LIPU e WWF si spartiscono con logica lottizzatoria i posti di "prestigio", mettendo i loro omini ai posti di comando, a volte più o meno azzeccandoci, a volte tirati davvero per i capelli, persone catapultata a lavorare in un COLPA che non hanno mai fatto antibracconaggio sul territorio. La situazione più paradossale è sul blackspot dello Stretto di Messina in cui a non partecipare è proprio colui - Giovanni Malara - che è dietro alla stragrande maggioranza di tutto l'antibracconaggio realizzato da qualsiasi forza dell'ordine nell'area. Ma è del CABS, quindi non deve apparire. 
Un mese fa in tanti hanno deciso che quando è troppo è troppo così in 56 fra volontari e guardie volontarie di tutte le associazioni (esclusa LIPU e Legambiente ovviamente) abbiamo scritto una lettera alle tre associazioni, affermando che la loro gestione era verticista, omissiva, arrogante e pure imbarazzante. Il WWF ha subito riconosciuto l'errore fatto in buona fede e per una dose di trascuratezza e ha subito integrato le sue guardie nel processo, suggerendo anche delle modalità di partecipazione anche per le tre associazioni escluse. Invece LIPU e Legambiente hanno fatto il gesto dell'ombrello, dicendo in buona sostanza che il pallone è loro e ci giocano come vogliono. I posti non li mollano, perché vogliono visibilità, prestigio e potere (questa seconda parte non l'hanno detta, ma è deduzione legittima). 
E così le cose non sono cambiate, con tanti esclusi da un processo che era nato come di tutti e che alla fine due associazioni hanno sequestrato. 
Anni fa, mentre un impiegato del CABS parlava col direttore della LIPU lamentandosi del fastidio che si provava a interfacciarsi con politici squallidi con cui per necessità bisognava prendere contatti per contribuire a cambiare le leggi, il direttore disse condividendo lo sdegno: "E' che loro sono l'espressione della società in cui viviamo, col suo egoismo e le ingiustizie". 
E già... Adesso è il momento di chiedergli "A' Diretto', sarà mica la stessa società di cui siete divenuti espressione anche voi?" 

DARDI E TRAPPOLE A ISCHIA 

La faccia che il bracconaggio ci presenta è sempre la stessa, dal Nord al Sud e da una sponda all’altra del Mediterraneo. Il mondo dell’uccellagione è un caleidoscopio ribaltato che mette in mostra rozzezza e violenza, e a volte anche una fusione, una saldatura tra criminalità ambientale e generica; tra reati venatori e contro la persona. Un’altra dimostrazione, se vogliamo, del fatto che la caccia, legale o illegale, è un po’ la scuola elementare dei delinquenti. Succede anche a Ischia, teatro pure quest’anno del nostro campo antibracconaggio, della nostra gara contro il tempo per proteggere la migrazione primaverile dei piccoli insettivori e delle sempre più rare tortore comuni e quaglie dal saccheggio di personaggetti, alcuni da avanspettacolo, altri anche da galera. 

Da galera per esempio sarebbe stato quel personaggetto che si fa chiamare "dardo nero" e che ogni primavera si diletta a sparare agli uccelli nei pressi di una scuola elementare di Ischia. Sono anni che le guardie del WWF tentano di incastrarlo: una volta una tortora da lui sparata cadde nella piscina del resort lì di fianco gettando scompiglio, quest'anno nel panico c'è invece andata la direttrice della scuola che ha visto il losco figuro passare per il cortile della scuola col fucile a tracolla! 

Ci avevano segnalato i suoi tempi e movimenti e con un colpo di fortuna avevamo anche individuato dove occultava il suo fucile artigianale. Purtroppo la sorte non è stata dalla nostra. La fototrappola ha ripreso una lumaca che si arrampicava fra i mattoni, ma ha deciso di addormentarsi 
proprio quando "Dardo Nero" passava a prelevare il fucile. E così ci ha fregato, tornando a nascondersi nell’oscurità di un quartiere che lo protegge, perché lo teme. 

Ovviamente gli abbiamo solo detto arrivederci. Mai mollare la presa, quando si ha un indizio. 

E' andata meglio, con quei buontemponi dei trappolatori da orto, ma che fatica. I campi precedenti, sempre "produttivi" pur a fronte di una forte contrazione del fenomeno, ci avevano fatto pensare alla necessità di organizzarne uno più ricco, con tanti volontari pronti a setacciare vaste aree di un’isola zeppa di potenziali siti di uccellagione. E così nel 2018 il nostro campo era ben più numeroso. Eravamo davvero in forze, e abbiamo visitato di giorno e di notte centinaia di orti e giardini, terrazzamenti e promontori. Il risultato? Cinque, solo cinque nuovi siti di trappolaggio, quasi tutti in proprietà totalmente o parzialmente recintate, e molte tracce di una pratica sempre più elusiva ma lontana dall’estinzione. 

A Ischia sembra proprio che mettano giù le trappoline quando c'è forte passo, ma non c'è passo durante tutta la stagione migratoria e così tocca indovinare i giorni e i venti. Nei prossimi anni i nostri campi richiederanno maggiore flessibilità evidentemente, la capacità di intervenire non appena gli uccelli sono segnalati sull'isola. 


Poche denunce anche quest'anno quindi, anche per quella malasorte che ci accompagna sull'isola. Quest'anno un bracco è sfuggito al giusto castigo che la forestale doveva impartirgli, facendo leva sulla tipica sceneggiata napoletana (o meglio ischitana): a suo dire un non meglio precisato trappolatore invadeva il suo orto recintato ogni mattina per mettergli le trappoline a dispetto. E i forestali gli hanno pure creduto, o comunque lo hanno lasciato andare. Un secondo ci è sfuggito perché è riuscito a togliere tutto nei 20 minuti che la pattuglia di forestali impiegava per raggiungere il sito. Alla fine l’unica vera soddisfazione è arrivata da un personaggio che stavamo inseguendo da anni. Lo avevamo già filmato con le fototrappole, ma era sempre controluce e irriconoscibile. Solo stavolta ci è costato cinque notti insonni di controlli invisibili nell’attesa che riattivasse il suo ampio corredo di trappole piazzate in un terreno fra viti e corbezzoli. Proprio la notte prima della partenza il segnale che il bracco si era riattivato ce lo ha dato tristemente uno stiaccino straziato in una trappolina. In un lampo, poco prima dell’alba è stato organizzato l’appostamento dei carabinieri forestali. Non poteva che andare bene, e invece è andata male. Alcuni spari esplosi nelle vicinanze delle trappoline hanno fatto uscire fuori dal nascondiglio i militari; i bracconieri si sono spaventati ma non abbastanza da non far prima scomparire il fucile. Così sulle trappoline non c'è andato più nessuno. Meno male che la nostra fototrappola questa volta aveva colpito e alla fine il timore per un nuovo buco nell’acqua è sfumato. 


Andrea Rutigliano, 31 agosto 2018
CABS Investigations Officer Committee Against Bird Slaughter ITALIA

Rigogolo salvato durante il campo a Cipro  -  Volontario alle prese con una trappolina in un orto a Ischia